SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Di fronte al ricorso alle “stampelle” per approvare il bilancio previsionale, secondo Pietro Paolo Menzietti l’amministrazione Gaspari dovrebbe formulare un concreto programma di fine mandato e strutturare una nuova giunta per la sua attuazione.

L’ex parlamentare, storico esponente del Pci e poi dei Ds, mette in evidenza un fatto noto: «Il bilancio di previsione 2010 è stato approvato con 16 voti su 31 e con il voto decisivo di un consigliere dell’opposizione e cioè con una maggioranza diversa da quella votata dagli elettori. E’ un fatto politicamente rilevante che generalmente provoca le dimissioni dell’amministrazione».
Uno sprint per concentrarsi su “facili” obiettivi di fine mandato: questo consiglia Menzietti. Ma quanto accade nella politica cittadina non sembra assecondare questo ragionamento. Prendiamo l’atto di indirizzo approvato sempre il 23 dicembre scorso, legato all’eventuale Mega Variante urbanistica e al reperimento dell’area per la Grande Opera della Fondazione Carisap. Ecco come la vede Menzietti, che interviene in un dibattito che come prevedibile sta appassionando sempre più la città: «Con tale delibera (l’atto di indirizzo, ndr) il Consiglio comunale delega ai privati uno dei pochi fondamentali poteri che la legge gli assegna: definire attraverso il Prg le linee direttrici delle programmazione territoriale. Questa mi sembra la decisione più grave del consiglio del 23 dicembre: è una delega che sancisce l’esaurirsi del suo mandato».
Non c’è solo la precisazione politica nel discorso di Menzietti. L’ex parlamentare solleva obiezioni ancor più nel merito: «Ma sono proprio quelle definite in delibera le priorità della città? Abbiamo proprio bisogno di una nuova piscina? Il territorio rimasto libero tra la ferrovia e il mare non è opportuno salvaguardalo per l’urgente qualificazione della nostra offerta turistica? Per qualificare i nostri servizi non ci sono imprenditori disponibili ad investire in proprio senza autorizzazione a nuove colate di cemento? Non è meglio, più rapido rendere disponibili urbanisticamente delle aree decise con strumenti giuridicamente certi che garantiscono la pubblica amministrazione e gli stessi investitori privati? Non si andrebbe a costruire una città di doppie case morta per 9 mesi dell’anno e invivibile per gli altri 3? E’ sensato che una amministrazione nella fase ultima del suo mandato, debole politicamente, impegni in modo irreversibile, anche per le future generazioni, aree strategiche del territorio comunale?».
Precisa Menzietti: «In discussione non si pone un utile e positivo rapporto di collaborazione fra pubblico e privati, o di trasparenza dell’iniziativa, ma la necessità che ognuno assolva al meglio al proprio ruolo: l’amministrazione e il Consiglio programmare lo sviluppo, determinare le necessità cittadine e fissare le priorità, i privati ne danno attuazione concreta con la finalità di un giusto profitto. In questo caso il “pubblico” delega i suoi poteri al privato ingenerando una confusione di ruoli che rischia di danneggiare sia il pubblico che il privato per due semplici ragioni che sono la debolezza politica di chi deve gestire un’operazione complessa e la base giuridica pasticciata con cui viene avanzata la proposta».

La conclusione impietosa di Menzietti è questa: l’amministrazione comunale non avrebbe la credibilità necessaria per attuare un programma di vasta portata nello scorcio finale del suo mandato amministrativo.
«In questo clima viene inserita una proposta che accresce le divisioni, crea nuove tensioni sociali e nuovi contrasti di interessi che non mancheranno di farsi sentire», conclude Menzietti, aggiungendo l’elemento della indeterminatezza che avvolgerebbe ancora la “Grande Opera”: «La delibera del Consiglio comunale parla di “grande opera architettonica di valore nazionale”, pubblica, ma elude il termine gratuito e lo sostituisce con la dizione illeggibile “La gestione dell’opera anche medio tempore: impronta alla più ampia funzione senza scopo di lucro.” Siamo nella ridicola condizione che da oltre due anni discutiamo di “grande opera” senza sapere di che cosa si tratti».

Fin qui la pars destruens. Cosa propone Menzietti allora? Le condizioni per imprimere una svolta alla città secondo lui sarebbero aprire una ampia e impegnativa discussione con i cittadini per definire il carattere identitario della città, assumere iniziative politico-amministrative necessarie a conquistare il più ampio consenso sociale, predisporre una variante al Piano regolatore per attuare concretamente le decisioni assunte in una condizione di chiarezza e di certezza giuridica.

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