SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nessun risarcimento milionario dal Comune al gruppo di costruttori impegnati nei Prusst dell’amministrazione Perazzoli. Il ripensamento da parte della successiva amministrazione Martinelli non ha leso alcun diritto o accordo vincolante.
Lo ha stabilito il Consiglio di Stato, contraddicendo una precedente pronuncia del Tar Marche che invece aveva accolto il ricorso dei costruttori, seppur giudicando inammissibile la loro richiesta di risarcimento in quanto troppo generica.
Una buona notizia per il Palazzo di viale De Gasperi, un regalo di Natale molto atteso e che ora fa guardare avanti nella programmazione urbanistica con un problema in meno.
Questo il senso del commento rilasciato dal sindaco Giovanni Gaspari: «Questa pronuncia definitiva riporta serenità in un clima che è stato avvelenato per troppo tempo. Ero preoccupato, lo ammetto, in caso di giudizio avverso ci saremmo trovati a pianificare l’urbanistica di San Benedetto con due sentenze sul capo. Ora possiamo pianificare liberi e sereni. Sono felice, e il fatto che ero il vicesindaco dell’amministrazione che ha sostenuto i Prusst non vuol dire nulla. Da primo cittadino, il mio dovere è il bene della città. E non avere più l’incubo di risarcimenti milionari è il bene della città».
COS’ERANO I PRUSST Prusst è l’acronimo di Programma di riqualificazione urbana e sviluppo sostenibile del territorio. Venne indetto nel 1998 da un decreto del Ministero dei Lavori Pubblici e il Comune allora guidato da Paolo Perazzoli aderì al Programma. Fece un avviso pubblico per le imprese interessate ad investire, le imprese furono trovate (Consorzio imprese edili picene, Edilcomar, Sipa Costruzioni, Pennile, Sps Costruzioni) ma sarebbero servite delle varianti urbanistiche per poter dare il via libera ai lavori.
Ad aprile 2002 l’amministrazione Martinelli ha stoppato tutto. Le imprese fecero ricorso, e il Tar diede loro ragione, giudicando illeggittimo il ripensamento da parte del Comune in merito a scelte giudicate come già concluse e assodate.
Ora il Consiglio di Stato smonta la sentenza del Tar e giudica del tutto legittimo l’operato del Comune. Secondo il massimo organo della giustizia amministrativa, nel corso dell’iter dei Prusst era stata assodata la congruità economica, sociale e finanziaria delle proposte giunte dai costruttori, ma non la loro conformità al piano regolatore. Scrive il Consiglio di Stato: “L’approvazione di un Programma incompatibile con gli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica infatti non comporta in alcun modo un automatico adeguamento dei Piani e – soprattutto – non comporta in capo alle amministrazioni titolari dei poteri pianificatori un vero e proprio obbligo di approvare le corrispondenti varianti”.
In sostanza, l’impegno del Comune a portare avanti i Prusst era generico e non vincolante.
Infatti i giudici amministrativi presieduti dal magistrato Luigi Cossu scrivono che “deve infatti escludersi che dopo la stipula del protocollo d’intesa il Comune fosse tenuto a “ratificare” le risultanze dello stesso, senza poter in alcun modo rivendicare una autonoma potestà di valutazione dei progetti sotto il profilo urbanistico”.
A ottobre 2001, la conferenza dei servizi rilevò delle insanabili difformità contenute nelle proposte rispetto al piano regolatore. E si fermò tutto. Secondo i giudici, dunque, di fronte alle “inequivoche risultanze” della conferenza dei servizi, le imprese non potevano mantenere una aspettativa qualificata sulla favorevole conclusione del procedimento.

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