dal settimanale Riviera Oggi numero 803
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «Il caso Marrazzo, le vicende di Del Turco in Abruzzo, i casi relativi alla sanità in Puglia, le storie dei rifiuti in Campania, la bocciatura di Soru in Sardegna soprattutto da parte dei suoi alleati conducono ad una sintesi fin troppo evidente. Siamo allo sfascio completo della politica. Ormai siamo al saccheggio dei granai da parte di chi li doveva custodire, siamo a quella che Gramsci definiva “eversione delle classi dirigenti».
Parole di un berlusconiano di ferro? Parole di un “grillino” in preda a un attacco di “anti-sinistrite” acuta?
No, sono parole prese dalla pagina Facebook di Italo Cocci, ex deputato di Rifondazione dal 1994 al 1996, un uomo cresciuto nel partito comunista (nei primi anni settanta fu anche a Mosca alla scuola del Pcus), protagonista della vita sindacale del Piceno per decenni.
Cocci ci è venuto a trovare in redazione e con lui abbiamo affrontato una serie di questioni che non compaiono troppo spesso sull’agenda della stampa picena. Parliamo dello stato attuale della politica, sì, ma poi scendiamo nello specifico, trattando le idee di Cocci sulle politiche agrarie della Regione, sul futuro della Sentina e su un progetto di recupero innovativo di cui non si parla più inspiegabilmente da anni. Parliamo anche della Belsito, un’azienda di agricoltura biologica che ha dovuto licenziare del personale. Ascoltiamo la versione data da Cocci, che ne è stato amministratore delegato, secondo il quale il flop di quell’avventura d’impresa agro biologica è avvenuto per via dei ritardi nell’arrivo dei finanziamenti regionali e per la mancata apertura del mattatoio di Ripatransone.

Cocci, la sua idea sulla politica di oggi è desolante. Come uscirne?
«Percepisco una desolazione totale, un vuoto drammatico, a 360 gradi. Vede, le mie esperienze di sindacalista nel settore dei dipendenti pubblici e di assessore nel Comune di Ascoli mi hanno fatto entrare dentro il funzionamento della macchina amministrativa degli enti. E mi fanno contestare la visione del ministro Brunetta. Io credo che i dipendenti pubblici lavorano bene o male in base a chi li governa, e a come li governa».
Uscendo dai Palazzi, però, cosa manca secondo lei al panorama politico attuale e quali vie d’uscita intravede?
«Auspico che cittadini e associazioni si riapproprino di una politica che oggi non c’è più. La gente è stata scoraggiata da quello che Pannella e i radicali chiamano sistema partitocratico. Nei partiti politici manca la democrazia, per giunta. Poche persone decidono per tutti, sul governo degli enti, sulle candidature. Non voglio fare del facile populismo, ma qui veramente la politica deve recuperare una dimensione di trasparenza. E per farlo non bastano operazioni di facciata, come le riunioni per il bilancio partecipativo. La gente va messa in condizione di comprendere veramente cos’è il bilancio di un Comune, altrimenti le assemblee non hanno senso. In questa operazione trasparenza, la stampa libera ha un ruolo fondamentale».

Chiediamo a Cocci di fare esempi concreti sulla crisi della nostra politica. L’ex deputato cita un caso a suo dire emblematico, quello del Progetto Sentina realizzato negli anni novanta dagli architetti Valerio Borzacchini e Francesco Capponi. Un’ipotesi di rinaturalizzazione della zona umida con conseguente rilancio economico, agricolo ed ecosostenibile. Un progetto pagato, per una certa parte approvato dagli organi competenti, ed oggi disperso in qualche cassetto.
Afferma Cocci: «Io non ho nulla da guadagnare nello sponsorizzare quel progetto. Semplicemente, il progetto sulla Sentina di Borzacchini e Capponi, commissionato nel 1994 e pagato dalla Provincia di Ascoli Piceno, è un qualcosa che esiste ma di cui nessuno parla. L’allora assessore della Provincia di Ascoli Luigina Zazio disse che andava bene ma mancavano delle parti per renderlo esecutivo. Fu consegnato e approvato nel 1999. Oggi nessuno lo conosce, ne ho parlato al sindaco Gaspari e al presidente della Riserva Sentina Pietro D’Angelo, i quali mi hanno detto che da come ne parlo è un progetto bellissimo, solo che non lo hanno mai visto. Per giunta, recentemente sono stati spesi soldi per la rinaturalizzazione del fosso collettore, al confine della Riserva. Quell’opera era già prevista da Borzacchini e Capponi, eppure oggi ci si è rivolti ad altri progettisti. Io mi chiedo: è possibile renderlo pubblico, in modo che la città ne prenda visione, ne discuta, magari lo rifiuti, ma almeno ne abbia consapevolezza? Voi siete disposti a parlarne e ve ne ringrazio, speriamo sia utile».

Veniamo alla questione dei finanziamenti pubblici all’agricoltura biologica, Cocci. Ci risulta che del gruppo Belsito, di cui lei è stato amministratore delegato, facevano parte tre società agricole, l’Agrestis, la Ruralia e l’Agribel, che dopo l’avvio della loro attività sono state poste in liquidazione, con i lavoratori impiegati che hanno perso il posto. Cosa ci dice?
«La Regione Marche ha liquidato i suoi finanziamenti per il piano di sviluppo rurale dopo due anni e mezzo, ma nel frattempo gli investimenti per l’avvio dell’attività erano stati fatti. Belsito aveva preso contatti per delle forniture di prodotti biologici al consorzio che gestisce le mense scolastiche di Modena e Reggio Emilia. Avremmo dovuto appoggiarci ad altri produttori, perché nel biologico la domanda sovrasta sempre l’offerta, avremmo dovuto sviluppare laboratori di trasformazione dei prodotti. Ma non arrivando i fondi da Ancona, abbiamo cominciato ad avere difficoltà, a perdere i pezzi, a dover mandare via nostro malgrado il personale. E così, a parte l’agriturismo, tutto il resto si è dovuto vendere».
Per quanto riguarda le stalle che avrebbero dovuto produrre bovini di razza marchigiana con forme di allevamento biologico?
«È successo che gli animali non potevano essere macellati presso il mattatoio di Offida, in quanto non ci garantiva la certificazione di allevamento biologico. Occorreva che i bovini venissero portati nel mattatoio di Ripatransone. Noi abbiamo seguito tutto l’iter con il Comune di Ripatransone per quanto riguarda le autorizzazioni per le stalle, abbiamo investito nei capi di bestiame, ma poi il mattatoio comunale non è stato aperto, nonostante la sua costruzione fosse stata terminata. Perciò ci siamo ritrovati in difficoltà e abbiamo dovuto vendere le stalle e il bestiame».
E perché il mattatoio di Ripatransone non venne aperto?
«Questo non lo so, dovreste chiederlo al Comune».

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