dal settimanale Riviera Oggi, numeri 800 e 801
nota bene: l’intervista a Palmiro Merli è stata raccolta dal nostro Carmine Rozzi prima della crisi di maggioranza che affligge l’amministrazione comunale guidata da Giovanni Gaspari. Per questo i lettori non ne troveranno accenni
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Palmiro Merli nasce a San Benedetto del Tronto il 7 febbraio del 1950. Celibe. Di recente è diventato un pensionato dell’Asur dopo anni di servizio fra gli impiegati dell’ospedale. Nel 1968 entra in politica da “praticante” come si usava allora nella sezione del Pci di Porto D’Ascoli, ma è subito inserito nel direttivo della sezione. Fatto curioso, però,
non risulterà mai candidato nelle liste del partito. Lui dice: «Perché mi sono sempre fatto i fatti miei».
La prima elezione a Consigliere Comunale arriva attraverso la lista civica chiamata “Città Futura” nel 1997. Nella seconda legislatura il Sindaco Paolo Perazzoli lo chiama a far parte della Giunta in qualità di Assessore ai Lavori Pubblici. Riconfermato nelle liste dei Ds come Consigliere Comunale d’opposizione nella legislatura del Sindaco Domenico Martinelli. Candidato alle recenti elezioni Provinciali nella lista “Piceno al Massimo” risultando il primo dei non eletti. Tra i soci fondatori dell’Associazione “Luoghi Comuni”. Personaggio politico ed umano di grande popolarità. Segni particolari: «Pochi peli sulla lingua».
Una volta per entrare in un partito si doveva fare la gavetta; oggi da signor nessuno si passa direttamente alla candidatura…
«Per quanto mi riguarda non è che c’era una scuola per fare il consigliere comunale, l’assessore o il sindaco. Ma ricordo una esperienza bellissima quando fui mandato a Frattocchie alla “Scuola del partito” dal gennaio al luglio del ’68 e mi ritrovai vicino persone come Berlinguer, Amendola, Pajetta. C’era la sensazione di far parte di una militanza che ti insegnava ad essere un uomo di partito. Mi ricordo l’episodio di quando entrai per la prima volta nella sezione locale e trovai Primo Gregori e Ugo Bassi. Chiesi la tessera. Mi risposero: «La tessera no, però eccoti le chiavi e domenica vieni a pulire la sezione». Oggi invece chi entra per la prima volta in una sezione è per chiedere se si può essere candidato, quale incarico può ricevere, se non addirittura la pretesa di un assessorato. In questo è mutata la politica sia a livello nazionale che locale, trascurando il fatto che ci sono i candidati storici che vogliono salvaguardare le loro posizioni. E’ dura scardinare alcune situazioni. Il Pci di una volta era tutt’altra cosa».
Come vede la situazione politica della città?
«San Benedetto riflette un po’ l’andazzo nazionale. L’attuale Sindaco Giovanni Gaspari è a detta di tutti una brava persona però dovrebbe fare “Il Sindaco”. E mi spiego. Non si può vivere di soli annunci. Sarà perché come assessore ho vissuto con un primo cittadino come Paolo Perazzoli che è stato additato di essere un po’ un despota ma quando si prendeva una decisione era quella e si passava subito al concreto. Oggi si fanno molti proclami e pochi fatti. Esempi? La faccenda del Ballarin, il completamento del Lungomare che non si sa che fine farà, il Piano Casa, quello della Spiaggia. Uno degli errori di questo Sindaco è l’essere rimasto invischiato nelle troppe mediazioni fatte all’inizio. Un Primo Cittadino deve innanzitutto decidere. Nel bene e nel male. Se non fai niente magari ricevi più critiche di quando fai una cosa sbagliata».
L’assessorato ai Lavori Pubblici che anche lei ha ricoperto è il più impegnativo?
«Mi ricordo che fu fatta molta ironia quando, in una intervista, ebbi a dire che mi reputavo un assessore ai “Lavoretti Pubblici”. Cosa intendevo con questo? Che in una città come San Benedetto le grandi opere le decide la Giunta. Allora ecco che l’assessore ai Lavori Pubblici della città deve guardare “sotto casa” dei cittadini. Nei miei quattro anni da assessore ho cercato di badare più alle cose pratiche di tutti i giorni. Un mio pallino erano i sottoservizi in una città vecchia come la nostra. Come le fogne, con tutti i problemi ad essere connessi. Asfaltare una strada per vedere l’Enel o l’ente del gas che il giorno dopo la sfascia per sistemare qualche tubo mi faceva imbestialire».
Allora?
«Allora preferivo non asfaltare, cosa relativamente facile a farsi e non tanto dispendiosa e di sicuro effetto, ma chiamare prima gli Enti, mettersi d’accordo sullo stato delle cose poi eventualmente procedere. Spesso quando incontro l’attuale assessore Leo Sestri mi scappa di consigliarli di uscire, girare per la città, vedere le cose con i propri occhi e non solo basandosi sulle riunioni di quartiere. Io mi ci sono dedicato al punto di prendere l’aspettativa dal mio posto di lavoro visto che la gente veniva in Ospedale a chiedermi delle cose e così non era certo etico. Posso citare un aneddoto al riguardo. Una sera il Sindaco passa sul lungomare e vede che le luci sono spente. Allora io e la mia compagna la sera stessa siamo passati palo per palo a scrivere quali dovevano essere messi a posto. Poi consegnammo la lista a Mario Amabili, a quel tempo responsabile dell’illuminazione, che provvide immediatamente. Ecco cosa intendevo per “lavoretti” ».
Facciamo un passo indietro, cosa la fece scegliere di entrare nel Pci invece che nella Dc, nel Psi o in un’altra compagine?
«Secondo lei uno che di nome si chiama Palmiro aveva scelta? E’ come se mi fossi chiamato Alcide. Venivo da una famiglia di quelle tradizioni e non potevo che rispettarle continuando. Ricordo che a scuola avevo un maestro che era un socialdemocratico e mi aveva fatto passare i guai per quel nome e forse è stato uno dei motivi che ha rafforzato la mia volontà di rivalsa nel partito di Palmiro Togliatti».
Lei viene da un quartiere come l’Agraria, fra i più popolosi di San Benedetto ma forse da sempre tra i più emarginati.
«Non sono proprio d’accordo sul termine “emarginato”. Ci abito dal 1956. In quel tempo aprimmo il bar “Merli” che di sera chiudeva alle 20. Perché i clienti erano tutte persone che la mattina si dovevano alzare per andare a lavorare e non avevano certo tempo per tirare fino a tardi. L’Agraria non si è formata solo con cittadini di San Benedetto o Porto d’Ascoli. All’Agraria sono venuti da Appignano, Cossignano, abitanti di questi paesi vicini che sono scesi al mare con la necessità di lavorare in fabbrica. Sono arrivati con pochi soldi ed hanno iniziato a fare la casa ad un piano solo. Poi col tempo l’hanno ampliata. Certo, col senno di poi, si potrebbe dire che il quartiere sarebbe potuto sorgere in mille altri modi ma allora i tempi erano quelli».
Continuano a chiamarla “Il Sindaco dell’Agraria”…
«Forse perché sono stato uno dei primi presidenti di quel quartiere per sette anni. Non sono mai stato d’accordo con l’istituzionalizzare i Comitati. Per me un Comitato di Quartiere deve essere la libera espressione dei cittadini che vi abitano e deve lavorare. Ed il Presidente si deve dar da fare. Mi ricordo ad una seduta comunale aperta dove a fine riunione del pubblico ero rimasto solo io, con il sindaco Alberto Cameli. Ed erano tanti e tali gli argomenti che continuavo a portare avanti nonostante l’ora tarda, si erano fatte le tre del mattino, che Cameli mi invitò a prendere il suo posto. Forse sarà stato per questo mio impegno specie durante l’alluvione del ’92. Avevamo problemi ma li abbiamo anche risolti. L’Agraria ha per esempio uno dei parchi più verdi e più grandi della città. Forse non tenuto bene, poco illuminato, ma c’è. C’è il percorso vita, impianti sportivi che la città non ha».
Ma avete ancora problemi molto seri.
«Sì. Prendiamo via Val Tiberina. E’ una delle strade più trafficate dell’intera città. Soprattutto da mezzi pesanti. A giorni dovrei avere dei dati sul traffico di quella via che mi aspetto apocalittici. Mi rammarico solo che l’esimio ingegner Canestrari non l’ha neanche messa sul Piano del Traffico. Forse perché non sa nemmeno che esiste».
Oltre che in politica, lei è stato anche un dipendente per molti anni del nostro Ospedale. Quale è il suo giudizio?
«Ci sono entrato nel ’77. In quel tempo al Madonna del Soccorso c’erano più o meno i reparti che ci sono adesso ma con primari del calibro di Sorge, Dardari, Majinelli, Barigazzi, Benatti, Floris. Poi c’era, cosa ancor più importante, un maggior contatto con la gente. Oggi si fanno riunioni a destra e a manca ma nessuno chiede il parere dei cittadini. Conoscere finalmente quali sono le nostre eccellenze. Ma siccome non ci sono i fondi per realizzarle tutte, a qualcuna bisogna pure rinunciare. Tipo l’Oculistica che non mi sembra abbia senso nel continuare ad esistere. Diamola ad Ascoli e lasciamoci un ambulatorio destinando risorse ad altri reparti che stanno diventando eccellenze. Parlo di Neurologia, Medicina che sta riacquistando prestigio anche grazie al dottor Santori. Oggi i finanziamenti arrivano col contagocce ed ecco l’imperativo di fare delle scelte. Tutto e di più non si può avere».
Ritorniamo alla politica, come mai la scelta di candidarsi nella lista “Piceno al Massimo”?
«Uno dei pochi giornali che ha pubblicato le mie dichiarazioni a novembre prima delle elezioni è stato Rivieraoggi.it. Lamentavo soprattutto due cose. Primo che tutta l’amministrazione provinciale di Massimo Rossi aveva lavorato bene. Poi che non capivo la candidatura di Mandozzi. Mi sembrava una rivalsa sul fatto che a suo tempo corse voce che Rossi fosse stato imposto da Roma. Io sapevo che Mandozzi non avrebbe retto e i fatti mi hanno dato ragione. Purtroppo l’amara verità è che oggi nelle sessioni di partito non si discute più dei problemi della gente ma solo ed esclusivamente delle candidature».
Ricorda qualche aneddoto dei sindaci che ha conosciuto?
«Mi viene in mente Alberto Cameli che ad ogni visita che riceveva scriveva su di una agenda con meticolosità nome, cognome e numero di telefono della persona. Ricordo che una volta per fargli uno scherzo gli rubai l’agenda. Mi ricordo che Vincenzo Finocchi mi telefonò dicendo di restituirla perché non riuscendo a trovarla era agitatissimo. Poi in quel tempo lui era sindaco e presidente della Usl. E’ risaputo, tutti lo sanno ma nessuno lo dice che spesso scriveva una lettera da sindaco alla Usl per poi rispondersi con un’altra missiva come presidente di quest’ultima. Ricordo anche un aneddoto legato agli ultimi mesi della giunta Perazzoli. Stavamo facendo le strisce in via Mare vicino al sottopassaggio quando arriva una telefonata da Paolo che dice di lasciare tutto e recarsi in viale De Gasperi per fare quelle della pista ciclabile. Lui era fatto così. Forse in alcune decisioni ha sbagliato e anche pagato ma almeno agiva».
Secondo lei dove sta andando San Benedetto?
«Devo dire che non sono pienamente d’accordo con l’intervista all’ex sindaco Piero Ripani il quale afferma che la città fa come i gamberi. San Benedetto non può essere quella che descrive lui riferendosi al ’68. In quaranta anni le cose cambiano. Quello che mi chiedo è come mai, se la città è in retrocessione, abbiamo tanti sportelli bancari e agenzie finanziarie che continuano ad aprire? Qualcuno me lo dovrebbe spiegare».

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