Da Riviera Oggi numero 801
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – E alla fine l’amore che dai è uguale all’amore che ricevi. Prendiamo in prestito un verso dei Beatles per raccontare Massimo Caporaso, leggendario “uomo atermico” di San Benedetto, sconosciuto ai più giovani (in pochi, però, non ne hanno sentito parlare) e amatissimo da chi ha avuto la fortuna e il piacere, almeno una volta, di vederlo. Perché i suoi occhi brillano ancora oggi e se la vita di un uomo si divide in gioie e dolori, Massimo è di gran lunga più ricco delle prime. Si vede, e si sente.
«Tutti mi pensano morto, e invece sono vivo e vegeto» ci dice ora – con un accento romano che non è scomparso – nella redazione di Riviera Oggi dove lo guardiamo increduli, perché anche chi scrive, fino a pochi giorni fa, non sapeva che fine avesse fatto. Invece Massimo ha 73 anni, ha il fisico asciutto come un tempo anche se gli anni passano per tutti e pure Massimo sembra aver messo (lo diciamo con affetto) la testa a posto: scarpe ai piedi, pantaloni, maglia e giubbino di renna. E poi non ha più la lunga barba incolta che all’epoca, seppur fosse di moda fra i figli dei fiori, lo rendeva tanto fascinoso. I capelli sono ora corti e ingrigiti, ma, bontà per lui, ci sono tutti.
«Mi sono uniformato» ci ripete diverse volte, gesticolando con allegria e indicando noi che, seduti attorno allo stesso tavolo, rabbrividiamo un poco per i primi freddi di stagione. Perché, sia detto chiaramente, Massimo non sente freddo neanche adesso (e neppure caldo). Se è vestito, è solo per convenzione e rispetto della famiglia sambenedettese che dall’ottobre 2008 lo ospita e lo tratta come un dolce nonno, con qualche simpatico vizio, come quello di fare colazione, tutti i giorni, al bar del’Ipercoop, attraversando l’intera città: caffè con panna, signori. Fosse per lui, andrebbe in giro ancora adesso a petto nudo e piedi scalzi, senza troppi problemi, in barba all’inverno e all’età.
«Sono nato a Terracina, nel Lazio. Mia madre era di Ascoli, e conobbe a Roma mio padre. Poi si trasferirono a San Benedetto quando mio padre andò in pensione». Molti lo ricordano: viveva in un appartamento in via Piemonte, vicino all’incrocio con via Asiago. Chi scrive all’epoca frequentava le elementari Bice Piacentini, e tra i bambini della scuola Massimo rappresentava una via di mezzo tra un Nettuno sambenedettese e un silenzioso eremita. A volte nel balcone del suo appartamento, in pieno inverno, lo si vedeva a petto nudo, annaffiare i fiori oppure dilettarsi in esercizi ginnici. Hai voglia a leggere Jack London, da piccolo: la natura selvaggia era lì, fuori dalla finestra. Ma da dove deriva tanta forza? Si tratta di un talento innato, di una deformazione genetica, di un autocontrollo psicologico?
«Da bambino, come tutti, soffrivo il caldo e il freddo – spiega Massimo – Poi quando avevo dieci anni, ero a Roma, stavo pregando in casa (io sono molto cattolico) e una sera mi è apparsa la Madonna, con tre stelle luminose sulla fronte, che rappresentano la Trinità. Da quel momento non ho sentito più né caldo, né freddo». Se il fatto corrisponde a piena verità o meno, non sta certo a nessuno di noi giudicarlo: la certezza è che Massimo, da quel momento in poi, è diventato l’Uomo Atermico.
Affinché però potesse mostrarsi appieno, dovette abbandonare la Capitale, seguendo una scelta dei genitori: si era verso la fine dei favolosi anni Sessanta, e si trasferirono nella più piccola San Benedetto. Perché l’urbanità romana gli impediva di girare per le strade imperiali senza nemmeno l’orpello di una maglietta («Non potevo, ero condizionato,»). In via Piemonte, invece, «a due passi dal mare», ecco che Massimo scopre la sua vera essenza: libero come la natura. Ciabatte, pantaloncini, il fedele cane bastardino Berry al guinzaglio. Taciturno ma buono: come Massimo.
«Pioggia e neve, ma anche il solleone più feroce sotto il quale mi addormentavo: niente, non sentivo né freddo, né caldo, non ho mai avuto neppure un po’ di raffreddore»: ride, raccontando i bei tempi andati, e quasi ironizzando su noi, increduli presenti. Non sentiva caldo, tanto che qualche volta, «se dovevo andare in ufficio, ero impiegato all’Inail, mi mettevo in doppiopetto, anche se era piena estate. Mi vestivo anche per andare a Messa: avevo riguardo per certi ambienti».
Ma era l’inverno la sua stagione d’oro. Mentre i sambenedettesi si coprivano con pellicce e cappotti allora di moda, lui gironzolava seminudo. Da via Piemonte, il passo è breve, giungeva allo chalet “La Tellina”, dove i proprietari gli garantivano l’uso della cabina non solo per la stagione estiva, ma per tutto l’anno: «E la pagavo per gli interi 12 mesi» ci tiene a ribadire.
«Potevo restare delle ore in acqua, a pancia piena, e non mi succedeva nulla» ricorda Massimo. Tutto vero. Tra gli episodi più piacevoli, lo si capisce dagli occhi che brillano, ci fu una cena organizzata da Marcello Camiscioni, famoso e vulcanico albergatore sambenedettese: «Era una cena d’inverno, mangiammo e poi mi misero in una bara completamente composta dal ghiaccio, mi lasciarono soltanto un foro sulla bocca, per respirare. Venne persino un cardiologo per controllare che tutto procedesse regolarmente. Finì che si annoiarono perché io, lì dentro, stavo comodo e potevo continuare per ore!»
La fama di Massimo l’Uomo Atermico travalicò i confini nazionali. Dalla Francia arrivò a San Benedetto una troupe della televisione di Stato transalpina: Massimo si mise sotto il ghiaccio ma anche in quella occasione non ci furono problemi, tra l’incredulità dei francesi. «Non solo non sento caldo o freddo, ma proprio non avverto alcuna sensazione relativa al freddo. Se tocco il ghiaccio, non avverto alcuna variazione della temperatura». Massimo assicura che altri giornalisti vennero dalla Germania, mentre una intervista fu rilasciata anche a Panorama.
«I miei familiari, le prime volte, si sono spaventati a causa di questa mia insensibilità, ma poi ci hanno fatto l’abitudine. Quando qui a San Benedetto ho iniziato ad andare in giro svestito, non mi vergognavo affatto: per me era un comportamento più che naturale. Ma devo riconoscere che le prime volte, qui a San Benedetto, mi riempivano di domande!» esclama, e ride. «Poi tutti ci hanno fatto l’abitudine. Mi dicevano che ero un tipo solitario perché non parlavo con nessuno, anche se tutti mi conoscevano. All’inizio, davvero, facevano fotografie, restavano sba-lor-di-ti! Una volta la polizia mi fermò, vedendomi svestito, e io risposi che non sentivo né caldo né freddo. Poi divenne la norma e mi lasciavano andare tranquillo».
«Qualcuno, ogni tanto, provava a sfidarmi. Ricordo una volta Alessandro Lunerti, che si vantava di potermi battere stando, a novembre, in mezzo all’acqua. Eravamo al Bar Nuraghe (ex Bar Milano, oggi 3 Stelle, ndr) e io promisi che gli avrei dato 100 mila euro se riusciva a stare un decimo del mio tempo nel mare. Io entrai in acqua, uscii e lo trovai vestito in spiaggia: non era neppure entrato!» racconta Massimo.
«Era ancora inverno, e nevicava: andai allo chalet di Pietro La Spuzie, c’era tanta gente sotto il capannone, e mi divertivo col mio cane sulla sabbia innevata: cosa c’è più bello della neve? Poi ad un certo punto qualcuno gridò di aver portato il vino: “lu vì, lu vì!”, e tutti tornammo al capannone»: è uno dei suoi tanti ricordi di quell’epoca, di una Italia e una San Benedetto a metà tra la fiaba felliniana e la terziarizzazione borghese che s’andava definitivamente compiendo.
«Allora a San Benedetto c’erano più turisti» ricorda Massimo, che se ne doveva intendere anche se «al mare d’estate ci andavo meno, c’era troppa gente. E’ stato così per vent’anni». Sul gruppo Facebook a lui dedicato (“Massimo l’uomo atermico”) che conta quasi 900 iscritti, ci sono anche dei turisti che lo hanno salutato perché si ricordano di lui.
Silenzioso e hippy, ma anche innamorato: «Si chiamava Gianna, ed era di Giulianova. Tutti i giorni andavo a piedi fin lì, per andarla a trovare. Impiegavo qualche ora e mi stancavo, ma ero giovane e resistente». E infine, la chicca: «Il Tronto lo superavo a nuoto». E poi, a piedi lungo la spiaggia. Amore reciproco, ma dopo due anni tutto finì.
Ma come vive, oggi, Massimo? Ospitato da Alexandra, Massimo, Deborah e Loris («Mi trattano come se fossi di famiglia»), ha tanti amici («Claudia, Gino, Ilaria, Bianca, Pia, Orlandina, Monica, Tiziana che mi accompagna a messa tutti i giorni e la domenica alle 11,30, a San Filippo Neri»), è arrivato qui dopo che per 12 anni è stato ospite all’hotel Grillo di Luigi Torquati, ad Acquaviva («Anche lì stavo bene, ma non ero in città e mi era difficile spostarmi: per andare a messa mi servivo del taxi»), dal 1996 al 2008.
Di lui si erano perse le tracce, anche a causa di qualche disavventura che nella vita a tutti capita. Ma ora eccolo qui, gioviale e allegro: «Tutti pensano che sono morto, ma invece sono vivo e vegeto».
Grazie, Massimo.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 9.607 volte, 1 oggi)