SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Questa lunga e grave crisi ha prodotto una disoccupazione che nel mondo sta assumendo le sembianze di una pandemia e i governi non riescono a trovare, almeno in questa fase, soluzioni adeguate a risolvere il problema.

La crisi continuerà a cancellare posti di lavoro almeno per altri dodici mesi (dati Euristat, Istat, Confindustria e Banca d’Italia) in cui assisteremo impotenti ad una crescita di disoccupati con gravi ripercussioni sociali e con i governi che si muovono indecisi e in ordine sparso senza una strategia chiara ed incisiva.

In Italia siamo ad oltre 2 milioni di disoccupati, il che ci riporta indietro di almeno 5 anni, senza contare il numero di cassaintegrati e di quelli in mobilità che ha raggiunto livelli mai toccati in precedenza (per l’OCSE il peggio in Italia deve ancora venire ). Il governo si affanna a fornire dati rassicuranti, a spandere ottimismo fuori luogo; dice che in Europa c’è chi sta peggio di noi ed è vero, ma nasconde il fatto che la disoccupazione giovanile è decisamente sopra la media europea (27 % e con le donne sempre più penalizzate).

Non si tratta del solito pessimismo disfattista ma di dati nudi e crudi. C’è un grande disagio e una forte preoccupazione fra i giovani; chi un posto ce l’ha, vive l’ansia quotidiana della precarietà e il rischio della perdita dell’impiego crea competizione perché non ci si può permettere una pausa, un cedimento, pena il posto di lavoro. Per chi è in cerca della prima occupazione invece il problema è più complesso: non può avere una vita propria, la dipendenza dalla famiglia è quasi totale e invece di essere una risorsa per i propri genitori ormai anziani, diventa quasi un peso e la casa diventa luogo di tensione.

Altro dramma è per quei lavoratori che perdono il posto di lavoro a 50 anni e sono difficilmente ricollocabili nell’attuale sistema produttivo: non hanno più la forza di rimettersi in gioco per mancanza di adeguati corsi di formazione o riqualificazione professionale, cosa che in diversi paesi dell’Europa fanno automaticamente. Questi, con una famiglia da mantenere e spesso con un mutuo da pagare,se non vengono accompagnati alla pensione con ammortizzatori sociali, non hanno alternative percorribili immediate e spesso ricorrono ai servizi sociali. Poi ci sono gli “ scoraggiati “, ovvero i disoccupati di lungo corso, che non cercano più lavoro perché convinti che tanto non lo troveranno.

Stiamo anche assistendo ad un nuovo fenomeno mai visto prima d’ora in cui si alterna un periodo di paga bassa con un periodo di non lavoro e dove la povertà e l’esclusione sociale diventano una regola e la ricerca di nuove opportunità costa fatica. Il mondo agiato oggi guarda a questa involuzione sociale, alla disoccupazione di massa con una certa sufficienza e il fatto più grave è che questo mondo prospero sta imparando a convivere con la povertà con una certa indifferenza e non ha nessuna intenzione di intervenire, essere coinvolto più di tanto. E a tutti questi lavoratori il presidente del consiglio non ha meglio da dire che “ rimboccatevi le maniche ed inventatevi un’attività, come ha fatto io “.

La regione Marche rispecchia la situazione nazionale e l’area del piceno in particolare risulta essere quella più in difficoltà: dal secondo dopoguerra mai si era vissuto un momento, dal punto di vista socio-economico, così preoccupante con disoccupazione sopra alla media nazionale e con nessuna soluzione al problema (nel biennio di crisi hanno perso il posto di lavoro più di 5.000 lavoratori, oltre a quelli che sono andati in cassa integrazione ordinaria e straordinaria, quest’ultima anticamera del licenziamento).

Con questi numeri c’è poco da scherzare, il governo dovrebbe avere la forza e l’onestà di rendere questi dati più visibili agli italiani che ormai si “ bevono tutto “ e a raccontare loro la realtà oggettiva, anche a costo di impopolarità.

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