dal settimanale Riviera Oggi numero 796
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Giuseppe Valeri, nato a San Benedetto del Tronto il 31 ottobre 1933, ex agente di commercio nel settore della maglieria, tra gli anni ’80 e ’90 consigliere e vicepresidente per molti anni della Sambenedettese, fondatore insieme al compianto Alberto Ciabattoni negli anni ’70 prima della Telecavo poi di Tvp Color. A 77 anni suonati dirige con mano ferma ed una vitalità impressionante da molti anni la “Videofilm Vckappa Srl” specializzata in vendita di film alla Rai, Mediaset e Pay-tv.
Cosa ricorda dei tempi della Tvp?
«La Tvp è stata una iniziativa buona da molti punti di vista. Per noi la Sambenedettese era il fiore all’occhiello della programmazione e su quello ruotava tutto. Poi con il tempo diventò una emittente che trasmetteva un format completo di telegiornali, film, documentari, le partite registrate della squadra. Posso aggiungere senza mezzi termini che ebbe un successo enorme. Anche perché oltre a mandare in onda le partite della Samb mandavamo in onda anche quelle dell’Ascoli dandoci la possibilità di avere una maggiore audience».
Che ricordi ha dell’esperienza con la Samb?
«Direi piuttosto brutti avendoci rimesso quasi un miliardo delle vecchie lire in fideiussioni. Il mio compito era anche quello di cercare nuovi soci. E a tal proposito mi viene in mente un aneddoto. Una sera organizzai una cena ad Acquasanta a base di funghi e caricammo su un pulman parecchie persone che non erano impegnate finanziariamente nella Samb come dirigenti ed in quella occasione feci firmare ad altri dodici o tredici conviviali l’entrata nella società».
Quando lavorava come agente di commercio ha dato lavoro a parecchie persone che oggi potrebbero ringraziarla
«Se intende con questo i sub-agenti posso dire di averne aiutato parecchi per strada e che oggi, forse, ricordando quell’apprendistato mi ringrazieranno».
Con quanti presidenti ha collaborato?
«Prima con D’Isidori che rimase relativamente poco, poi con il grande Ferruccio Zoboletti»
Come funzionava il contributo da consiglieri?
«Con la firma di tante cambiali, allora di soldi liquidi ne circolavano poco. Ed a volte quelli tra noi più facoltosi proteggevamo con la nostra firma quella di alcuni che non erano proprio ben accetti presso le banche».
Come è cambiata la città dal punto di vista imprenditoriale?
«E’ cambiato quasi poco o niente. Nel senso che la nostra prima fonte di guadagno resta sempre il turismo. Ma rimane sempre il problema di propagandarlo in modo adeguato ai tempi. Una città come la nostra è unica. Prenda le palme. Io, per comprare i miei film ho girato molto da Las Vegas a Cannes e Berlino. Posso assicurare che una vegetazione del genere è unica al mondo. Possiamo apprezzarlo solo quando ne siamo fuori. Potrei citare una dozzina di dirigenti Rai e Mediaset che sono venuti a trovarmi rimanendo meravigliati dalla bellezza del luogo e dal sapore esotico di questi palmeti che, badi bene, si estendono fino alla spiaggia».
Come finì la Tvp?
«Finì che non c’erano più le premesse necessarie per continuare quell’avventura ma rimarrà sempre nella storia perché dopo Telebiella che fu la prima in assoluto in Italia noi eravamo la terza o la quarta a livello nazionale. Poi finita l’era della tv privata iniziai l’attività che posseggo tuttora andando in giro per il mondo a comprare e rivendere film».
Ne ricorda qualcuno in particolare con il quale ha avuto particolarmente successo?
«Come in tutte le attività si guadagna e si perde. Vede, i film si comprano leggendo prima i copioni. Poi qualcuno riesce bene ed altri meno. Uno che mi ha fatto guadagnare parecchio e del quale sono giustamente orgoglioso è “L’ultimo treno” ambientato ai tempi della Shoah. Un altro è stato il film-cult “Febbre da cavallo”. Questi due sono quelli che ricordo con maggior soddisfazione tra le centinaia che ho trattato».
Ad un esperto del settore chiediamo: come va il cinema italiano oggi?
«Io ho perso il sapere sui film italiani. Qualcuno mi piace ma la maggior parte devo ammettere che sono lenti, mancano di quell’adrenalina che contraddistingue i film stranieri del momento. Gli americani in questo restano imbattibili. Non seguo più i film italiani perché non vedo all’orizzonte nuovi Ponti, De Laurentis, Cecchi Gori. Per quanto mi riguarda non ho una vasta produzione personale se non in collaborazione con Luciano Martino».
Tornando alla Samb, quanti anni della sua vita le ha dedicato?
«Penso siano stati almeno diciotto. Si entrava come socio e si saliva ma aumentava anche il numero di impegni finanziari da apportare. Ricordo che a quel tempo eravamo quattro o cinque vice-presidenti».
Ricorda qualche allenatore in particolare?
«Ero particolarmente legato a Marino Bergamasco che ha fatto della Samb una squadra ammirata ed invidiata in tutto il circuito calcistico nazionale. Allora si sentiva il rispetto e l’ammirazione che quell’undici incuteva e questo, oltre che per i giocatori, era soprattutto merito suo, dei suoi moduli e stili di gioco. Era una squadra che con delle ali come Ripa e Basilico volava sul campo e poi aveva un ariete irresistibile al centro come Chimenti, venuto a San Benedetto quasi da sconosciuto fino a diventare un mito vivente per la città sportiva. Così come ricordo Borgonovo che nel poco tempo trascorso alla Samb ha lasciato un ricordo indelebile».
Come era lo spirito societario di allora?
«Anche se eravamo lì praticamente solo per firmare cambiali eravamo molto legati gli uni agli altri. La regola era che prima di tutto veniva la Samb poi i nostri rapporti personali. Si era come in una famiglia dove a volte si litiga anche ma poi passava. Molti hanno lasciato parecchio patrimonio finanziario in quei tempi. Ferruccio (Zoboletti), potrebbe dirla grossa in proposito».
Insomma ha più dato che ricevuto?
«Assolutamente no. Almeno dal punto di vista umano. Nessuno mi aveva obbligato ad entrare in società. Così come nessuno aveva costretto i vari Zoboletti, Bollettini, il compianto Ciabattoni. Posso dire che io e lui, sotto la presidenza D’Isidori, avevamo carta bianca ed eravamo quelli che mandavano avanti la squadra visto che il presidente si fidava ciecamente del nostro operato. Si partiva e si andava al mercato dei giocatori per sette o dieci giorni trascurando anche il nostro lavoro privato ma la Samb era la Samb».
Un episodio di quei mercati che gli è rimasto particolarmente impresso?
«Ci fu una mezza delusione con Fattori. Quando lo prendemmo fece subito un goal contro l’Ascoli e così quando ci fu l’occasione di venderlo ad una società di serie B a San Benedetto scoppiò una mezza rivoluzione. Però poi con il proseguire della carriera non si rilevò all’altezza di quell’investimento in cui avevamo creduto».
Segue ancora la Samb?
«Da quando ho smesso non vedo più le partite e posso dire, anche se sembra una dichiarazione dettata dall’amarezza, che non auguro al mio peggior nemico di entrare a far parte di una società di calcio. Troppi elementi labili portano a far sì che rischi da un momento all’altro di ritrovarti con il portafogli mezzo vuoto. Ma quelli erano i giorni dell’amore per dei colori che, nonostante tutto, porto ancora nel cuore».

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