ALBA ADRIATICA – La violenza chiama altra violenza, occorre avere fiducia nello Stato e nella giustizia; Alba Adriatica e la costa teramana non sono una terra di nessuno, un posto di confine dove la sera se non si sta attenti si muore. Lo dicono forte e chiaro i Carabinieri del Comando provinciale, due giorni dopo l’omicidio di Emanuele Fadani, poche ore dopo la guerriglia urbana e i danneggiamenti ad alcune abitazioni abitate da famiglie italiane di etnia rom. Che giovedì mattina hanno dato vita a una piccola contro manifestazione sotto al Municipio per chiedere giustizia dei danni subiti alle loro proprietà.
Ecco l’invito alla calma del colonnello Antonio Salemme: «Questo è stato un omicidio fotocopia di quello avvenuto tre mesi fa a Martinsicuro, ai danni del povero Antonio De Meo. Inquieta il fatto che in entrambi i casi i presunti colpevoli sono giovanissimi, e su questo la comunità rom di Alba deve compiere una profonda riflessione». Ma la violenza di quanto accaduto mercoledì sera in città per reazione è inconcepibile, dice l’ufficiale dell’Arma, lanciando un messaggio di pacificazione: «Chi ha lanciato i sassi contro le finestre deve tenere presente che in quelle case ci sono minori, ragazzini a cui si comunica un messaggio di violenza. Così si semina solo la violenza, in una spirale perversa. Invece di avere queste reazioni, bisogna avere fiducia nelle istituzioni, lo Stato è presente nel controllo del territorio, nella prevenzione e nella repressione».

Sulla stessa linea il capitano della stazione di Alba, Pompeo Quagliozzi, e il comandante del Reparto Operativo dei Carabinieri di Teramo Nazzario Giuliani. «Non c’è un allarme sociale nel teramano, nessuno tema di fare una passeggiata la sera. Le forze dell’ordine lottano contro il traffico di droga, contro i furti che sono diminuiti della metà nel 2009, contro le infrazioni al codice della strada».

Arrestati i due indagati Danilo Levakovic e Sante Spinelli, si cerca a tutto campo il terzo presunto responsabile della morte di Fadani, Elvis Levakovic. Anche lui poco più che ventenne come i suoi amici-parenti, solo che rispetto a loro due non si è presentato spontaneamente in caserma nella notte fra martedì e mercoledì. Un atto, questo, che ora gli è valso l’emissione da parte della Procura di Teramo di un provvedimento di fermo di polizia giudiziaria. Mentre per gli altri due il fatto di essersi costituiti rappresenta un punto a loro favore in un futuro eventuale processo. Anche se, come ribadisce il capitano Quagliozzi, il controllo e la conoscenza del piccolo territorio albense da parte dei Carabinieri avrebbero portato con ogni probabilità ad un loro immediato fermo. Decisiva nelle indagini appare la testimonianza dell’amico di Emanuele Fadani, anche lui picchiato in quei drammatici istanti in via Mazzini, dopo che i rom sono usciti ubriachi dal pub Black Out.
UN’AGGRESSIONE COLLETTIVA L’arresto dei due giovani rom e l’accusa di concorso in omicidio volontario aggravato dai futili motivi, perciò, sono basati su un’accusa ben precisa: al pestaggio del povero Fadani avrebbero partecipato tutti e tre i rom. Lo avrebbero massacrato fino alla morte solo con l’uso delle mani, sembra emergere. La strategia difensiva dei due arrestati, fino ad ora, sembrerebbe invece aver scaricato la colpa solo sul terzo uomo, il latitante.
Giovedì è il giorno dell’autopsia sullo sfortunato commerciante, con l’esame autoptico si fa conto di stabilire la dinamica precisa della morte.

FILMATI DELLA GUERRIGLIA URBANA Ci sono denunce o fermi di polizia a carico dei manifestanti che mercoledì sera hanno ribaltato auto e rotto finestre? Il capitano Quagliozzi dice che i filmati della manifestazione sono alla visione dell’autorità giudiziaria, ma la mole di persone presenti (circa 300) e il buio non permetterebbero facili identificazioni.

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