dal settimanale Riviera Oggi numero 795
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Toscano, nato a Firenze il 24 aprile del 1937, Paolo Beni è sposato con Fiorenza da 48 anni ed è “sbarcato” da noi negli anni ’60. Figura leggendaria del calcio sambenedettese. Una stima che travalica il puro ambiente sportivo, lo testimonia l’onorificenza del Gran Pavese Rossoblù che ha ricevuto per “grandi meriti sportivi resi alla città”. Possiede e gestisce il noto caffè “Four Roses” in viale De Gasperi.
Due figli: Giancarlo, portiere, Samb poi Fiorentina, Nazionale Scolastica e Juniores. Roberto, mediano, in C con Benevento e San Marino, secondo di Ballardini nella C1 dei play-off con il Napoli. Calciatore anche Alessandro, il nipote. Ha 17 anni, non confermato nella Samb è ora nella juniores dell’Ascoli.

Ci racconta del suo arrivo a San Benedetto?
«Alberto Eliani mi vide a Roma nel campionato italiano dilettanti per Regioni. Giocavo nella squadra del Friuli Venezia- Giulia perché ero militare a Palmanova»
In che ruolo?
«Centravanti. Erano gli anni ’60-’61. Feci subito gol: con l’Ascoli in amichevole, con la Reggiana in Coppa Italia. Poi, sempre in Coppa Italia, a Ferrara con la Spal allora in A. Vincemmo due a uno con una mia doppietta»
Che ricordo ha di Eliani?
«Una persona squisita e il più grande allenatore che io abbia mai conosciuto. Era avanti di 20 anni. Al mio primo storico allenamento ci fece fare una partitina giocando con le mani. Altri lo hanno fatto dopo dieci anni. Quando dovevamo incontrare una squadra blasonata ci faceva fare 15 giri di campo prima di darci il pallone. Nel 1967-68, in C, ci portò in ritiro con le mogli, ad Amatrice. Helenio Herrera lo copiò l’anno dopo. Prendeva giocatori sconosciuti e li portava a giocare in B.».
Ci parla di quell’ambiente sportivo?
«Al tempo di Di Lorenzo, Testa, Mimmo Del Moro, Giostra, tutta gente dei miei ultimi anni di carriera, ho sempre firmato in bianco. La differenza con i presidenti di adesso (quello attuale della Samb è un caso più unico che raro) è che oggi vogliono avere un rendiconto certo. Spina è una mosca bianca sotto questo aspetto».
Tredici anni di amore con la Samb…
«Da giocatore, poi responsabile del settore giovanile, osservatore con Domenghini, Vitali e Clagluna. Diesse nella prima Eccellenza dopo il fallimento Venturato. Mi dissero che c’era da rimboccarsi le maniche perché di soldi non ce n’erano. Scelsi Chimenti come allenatore. Ho diretto da allenatore una sola partita in campo neutro a Chieti con il Taranto dove feci debuttare diversi ragazzi, Ottavio Palladini non giocò perché aveva la caviglia in disordine»
Un campionato che ricorda con maggior affetto?
«Il primo, perché era un sogno essere professionista, giocare a Napoli, Roma, Genova. Con gli anni abbiamo creato una famiglia dove i più anziani aiutavano i giovani. Franco Causio in una intervista alla Gazzetta dello sport ringraziò me e Frigeri. Diventammo famosi anche per la qualità dei nostri portieri, da Sulfaro a Migliorini, a Tancredi, e per i tanti “locali” come Romani, Ripa, Castronaro, Valà, Galiè, Silenzi»
Stefano Colantuono alla Samb grazie a lei?
«Sì, mi telefonarono da Fermo avvertendomi che il giocatore metteva zizzania negli spogliatoi. Venne da me e gli dissi delle referenze ma che lo prendevo lo stesso. Si rilevò una persona squisita. A me interessava il carattere, che fossero del posto e con pretese economiche alla portata. Spendemmo veramente una miseria».
Quanto è importante il settore giovanile?
«Prima di tutto occorre fare una società composta da almeno dieci-quindici soci con presidente, vicepresidente, ecc. Voler comandare da solo non è fattibile in piccole società. La contestazione si è fatta più aspra ed è meglio spalmare le critiche. Al settore giovanile servono allenatori preparatissimi. Abbiamo la fortuna di una posizione geografica ideale per il settore giovanile grazie alla facilità di raggiungere San Benedetto sin da Sant’Elpidio. Cudini veniva da lì. Abbiamo ancora la credibilità di un settore giovanile valido, nonostante sia stato un po’ inquinato dalle tristi vicende dello scorso torneo. E sappiamo tutti perché. In campo prevalgono sempre le capacità, le forzature danno soltanto illusioni effimere. Ora bisogna riempire la “buca” che si è creata, fare le cose seriamente e ricominciare da capo come pare si stia facendo. Ripeto, San Benedetto, a livello giovanile ha ancora un nome anche se l’anno scorso è stato “sputtanato”»
Come vede il futuro della Samb?
«Buono, se si crea un gruppo di persone serie come sembra essere ad esempio Sergio Spina, che ispira fiducia a vista. Se si circonda di persone valide e oneste, la Samb riprende a correre. Una squadra di Eccellenza dovrebbe essere composta da giocatori del posto ma capisco anche le esigenze attuali di dover vincere a tutti i costi»
Ci racconti di quella gara con il Parma…
«Era il 1963. Villa Anna si trovava nella strada che porta al Ballarin. Prima di andare in campo passai in clinica e mia moglie aveva già le doglie. Si vince due a zero con un mio goal, ma il pensiero fisso era a mia moglie. Ci torno e dopo circa un’ora nasce Giancarlo. Una giornata da ricordare»
Come può definire i tifosi sambenedettesi?
«Ho ricevuto più di quello che ho dato. E non è poco. A volte mi dicono che il calcio qui è finito poi vedi 1.200 abbonamenti. Come si fa a dire certe cose? Il pubblico di San Benedetto dovrebbe avere solo più di pazienza. Quando mi dicevano di una Fermana irresistibile, io sapevo già che non avrebbe tenuto quel ritmo. Col sistema dei tre punti fai subito a risalire. Mio figlio mi accusa di essere presuntuoso ma io sono di San Benedetto e devo essere presuntuoso. E’ dal ’60 che ho imparato a conoscere le generazioni della tifoseria. Per l’Eccellenza il carattere viene prima di ogni cosa. Se compro un giocatore di categoria superiore e lui non ci mette gli attributi è un danno, perché avrebbe dovuto farci fare il salto di qualità».

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