Dal settimanale Riviera Oggi numero 795
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Da Cupra Marittima a Saint Helena, in California. Vi presentiamo il viaggio di Paolo Ulpiani, 24enne laureato in Viticultura ed Enologia presso l’Università Politecnica delle Marche; alla laurea segue la specialistica in Scienze viticole ed enologiche all’Università di Torino, iniziata nel gennaio 2009.
Ad agosto la decisione di partire per la vendemmia: lasciare l’Italia per la più spaziosa America ed esperire un diverso modo di lavorare l’uva e di concepire il vino.
Recentemente lo abbiamo contattato.

Perché hai intrapreso questa esperienza?
«Mi trovo a Saint Helena, una piccola città a nord della famosa Napa Valley. Il viaggio mi è stato suggerito da un amico, conosciuto ad Asti durante il primo anno di specialistica, che nel 2008 ha fatto la medesima esperienza. È un’opportunità per conoscere realtà diverse e per rafforzare la lingua inglese».

Come ti trovi in California?
«La vendemmia non mi lascia molto tempo libero per girare. Ho visitato tuttavia parecchie cantine del Napa Valley, rinomata per i Cabernet franc e della Sonoma Valley, conosciuta invece per i Pinot neri. Mi stupisce la cordialità delle persone: è molto semplice riuscire a entrare in contatto con tutti, anche con coloro che si trovano professionalmente a un gradino superiore al tuo.
Il clima invece è caratterizzato da forti escursioni termiche, si passa dai nove gradi centigradi del primo mattino ai 30-40 della sera, mentre la pioggia è quasi un miracolo».

Ci parli un po’ del tuo lavoro?
«Qui la realtà è molto diversa rispetto a quella italiana. I membri dell’azienda per cui lavoro, per lo più ricchi statunitensi, per acquistare bottiglie devono iscriversi e pagare un’ingente quota associativa, si parla di circa 140 mila dollari. L’azienda è piccola, la sua produzione conta circa 80 mila bottiglie l’anno, e vi lavorano dalle quattro alle sette persone. Ogni addetto di cantina ha un’area di responsabilità, a me ad esempio è capitata la stanza delle barriques, all’interno delle quali fanno fermentazioni ad acino intero delle uve nere. Per adesso è molto entusiasmante».

Ora che hai potuto un po’ visionare la realtà americana, da un punto di vista economico e lavorativo, come sono le condizioni dei giovani?
«Negli Stati Uniti non tutti si possono permettere di andare all’Università, che ha dei costi davvero proibitivi e la maggior parte di quelli che riescono a laurearsi, escono dagli atenei indebitati. Dopo la laurea però le cose cambiano: le opportunità di lavoro sono frequenti e gli stipendi congrui. I ragazzi che lavorano con me mi dicono che con la crisi il turnover si è rallentato, ma fino a 4-5 anni fa, ogni due o tre anni c’era qualcuno che si spostava in un’altra azienda per fare esperienza. A mio avviso un giovane americano, con un buon grado di istruzione, riesce facilmente a trovare lavoro».

Cosa ti aspetti per il futuro?
«Difficile dirlo. A gennaio tornerò in Italia per terminare la specialistica, poi non so. Non mi pongo limiti vista l’attuale situazione di crisi e spero sinceramente in un futuro migliore».

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