dal settimanale Riviera Oggi numero 793
A 74 anni ha lasciato da tempo il mondo del lavoro (è in pensione) e definitivamente il calcio anche lui travolto dal ciclone Venturato. Le sue capacità manageriali però non gli permettono di starsene tranquillo in pantofole insieme alla sua adorata moglie. Gli abitanti del quartiere dove abita, Albula Centro, lo hanno messo alle corde fino a quando non ha accettato il ruolo di presidente. «Me so remesse mèzze ai guai», mi confidò in dialetto quest’estate durante la festa in piazza Matteotti, dove tutti mangiavano mentre lui girava tra i tavoli per controllare se tutto funzionava bene.
(Nazzareno Perotti)
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Occorre camminare di buona lena per stare dietro ai ricordi e agli aneddoti di Luciano Calabresi, per oltre quarant’anni consigliere, vice presidente in alcuni periodi e accompagnatore ufficiale della Sambenedettese Calcio dagli anni ’60 ai ’90 quando, con la fine dell’era Zoboletti e la morte di una delle sue amate figlie avvenuta prematuramente nel 2002, lascia definitivamente il calcio attivo. Nato a San Benedetto nel ’35, con moglie e figli, ricorda: «Oggi posso dire di chiedere scusa a mia moglie ed alla mia famiglia ma io ero sposato con la Samb. Che mi fece mancare anche a qualche battesimo dei miei» .

Ha 74 anni il “mitico”, come ancora lo chiamano i tifosi del Ballarin, ma ne dimostra 60. I ricordi e gli aneddoti sono tanti e tali che conviene lasciar da parte la cronologia e andare là dove la mente lo porta. Iniziò la sua avventura con il Presidente Di Lorenzo fino a Zoboletti. Erano gli anni dei trionfi della serie B e delle trasferte che oggi si direbbero “a rischio”.
Il presidente che più ha amato?
«Senza nulla togliere agli altri, tutti grandi presidenti con la Samb nel cuore e nel sangue, debbo tuttavia riconoscere che Ferruccio (Zoboletti) è quello che fino ad oggi rimane legato di più al mio cuore per la sua squisitezza d’animo, l’altruismo, la generosità e una dedizione senza uguali alla causa rossoblù. Furono per me gli anni più belli»
Poi viene la famosa telefonata di D’Isidori
«Ero al calcio mercato ed allora non esistevano i cellulari. Così ci demmo appuntamento telefonico e lui scelse di chiamarmi dalla cabina telefonica posta davanti al “Bar dello Sport” in piazza Matteotti. Siccome la voce sul nostro colloquio si era già sparsa tra i tifosi, lui, vecchio volpone, lasciò la porta della cabina aperta e davanti ad un nugolo di sostenitori, dopo aver parlato di cose generiche, in sambenedettese mi gridò: «Lucià, me raccommanne, reportece l’alò, qui vogliamo “l’alò” sennnò non te fa vedè in giro».
“L’alò” era naturalmente l’acquisto di un’ala che ricalcasse le gesta di Ripa e Basilico che avevano portato tanta gloria al gioco della squadra di Bergamasco. Per il quale, secondo Luciano Calabresi, erano inamovibili insieme a Chimenti, Simonato, Catto in primis e poi tutti gli altri.
Poi c’è la scoperta di un ragazzino terribile di nome Causio
«L’anno non me lo ricordo, comunque era l’ultima partita di serie C e andammo a giocare a Lecce che in quel tempo attraversava dal punto di vista societario una grave crisi con silenzio stampa e sciopero dei giocatori così che incontrammo la squadra campione d’Italia della Primavera. Vincemmo 2 a 1 ma quei ragazzini erano già una grande squadra. Ebbene posso dire che se in quegli anni avessimo avuto qualche milione in più forse avremmo potuto lottare per la A. Si immagini che in quella squadra giocavano Causio, Petrini, centravanti che poi andò al Genoa ed al Milan, Sensibile, che poi sarebbe ritornato come allenatore a San Benedetto e Sestini. Giocatori calcisticamente già maturi a 16/17 anni. Fra tutti scegliemmo Causio. A quel tempo aveva già i piedi d’oro ma grossi problemi dal punto di vista comportamentale».
Come quella sua famosa fuga…
«Un giorno, dopo essersi fatto prestare una macchina da un amico, se ne andò a fare una corsa per i montanti della strada di Acquaviva. Arrivato all’altezza dell’Hotel “La Quercia” si ribaltò con la macchina sfasciando il mezzo. Il giorno dopo non si presenta all’allenamento. Vado all’Hotel Jolly dove lo tenevamo e mi dicono che non era rientrato. Dopo alcune ricerche vengo a sapere che aveva preso il primo treno e aveva fatto ritorno a Lecce. L’ingegner Gaetani mi disse di andare a Lecce per riportarlo a casa. Dopo quasi quattordici ore di viaggio con i treni di allora, arrivo a casa sua portando anche qualche regalino. La mamma mi dice che il figlio non si era visto, dal padre neanche una parola. Alla fine, mentre stavo per andarmene, la sorella mi chiamò da parte e mi confessò che Franco (Causio) si era nascosto nel garage tra le bombole di gas che vendeva suo padre. Lo “pizzicai” e lo riportai a San Benedetto. Fu Eliani che, con grande pazienza, imparò al giovane le regole tattiche ed umane»
A proposito di Eliani…
«Trasferta a Crotone. All’andata avevamo vinto quattro a zero. Erano ancora avvelenati per un gestaccio del nostro giocatore Pagani nei loro confronti. Sapemmo che “ci aspettavano”. Il Crotone aveva assolutamente bisogno di vincere, noi eravamo già tranquilli. Le avvisaglie di quello che poteva succedere le avemmo al mattino quando, passando davanti ad un negozio da barbiere, il titolare, mentre affilava il rasoio ci gridò: «Oggi pelo e contropelo». Inizia la partita e su un rinvio di Beni, il loro portiere si procura un clamoroso autogol. Uno a zero per noi. Apriti cielo. Forse fu l’unica volta al mondo che una panchina prega perché la squadra avversaria vinca. Poi loro fecero il pareggio e la rete della vittoria. Tutto a posto. Ci recammo alla stazione per prendere il treno e con la squadra schierata sui binari e i tifosi avversari a beccarci da lontano, al mister Eliani viene la brillante idea di chiedere ad alta voce al capo-stazione «Scusi quale è il binario per l’Italia?»… Ricordo solo che una parte di noi riuscì a prendere il treno al volo mentre volavano sanpietrini ed una parte della squadra rimase chiusa nei locali della polizia ferroviaria per due giorni».
Lei che ha smesso da poco con il calcio cosa ne pensa della situazione attuale della Samb?
«La Samb ha un grande pubblico e non merita il posto che si ritrova. Siamo stati sfortunati con le persone che si sono avvicendate alla presidenza della squadra. Forse la severità del pubblico rossoblu di oggi è che qui c’è ancora gente, parlo degli sportivi, ai quali sanguina il cuore al ricordo di quello che siamo stati capaci di fare in passato. Per cui c’è ancora molta tristezza e voglia di rivincita in giro. Nei campionati di serie C si andava in trasferta in mille, millecinquecento persone quando gli altri arrivavano al Ballarin o al Riviera in tre, quattrocento»
In base alla sua esperienza si sente di dare qualche consiglio all’attuale presidente Sergio Spina che con il suo comportamento sembra rispecchiare i presidenti di una volta?
«So che è un giovane molto attaccato ai colori rossoblu. Molto volenteroso, si è messo dentro con piglio ammirevole. Ma non bisogna lasciarlo solo. Come eravamo soliti fare noi, bisogna creargli intorno uno zoccolo duro di sei-sette persone che lo sostengono attivamente così da formare un team dirigenziale compatto e soprattutto solidale, gli uni con gli altri, con gente di grande carisma che abbia ascendente sulla squadra come ad esempio Chimenti».

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