Dal settimanale Riviera Oggi N° 793

E’ argomento molto di moda in questi giorni la libertà di stampa o meglio la possibilità che ha il giornalista di dire sempre quello che pensa senza dover sottostare o ad un giornale di partito o a pressioni pubblicitarie di vario genere o ad altro.
A proposito di pressioni pubblicitarie cito un piccolo esempio che ci riguarda: un nostro “storico” inserzionista, dopo che avevamo riportato l’intervista di un politico che sollevava un problema che avrebbe penalizzato in qualche modo la loro azienda, ci scrisse una e- mail con la preghiera di annullare il contratto perchè la nostra linea editoriale non era più compatibile con la loro. Cosa che facemmo immediatamente senza contrasti tra giornalista (colpevole di aver redatto e riportato una dichiarazione “galeotta” e pubblica di un consigliere comunale) e l’editore che aveva perso così qualche soldo.
Nemmeno un richiamo al giornalista né la minaccia di non farlo più. E’ andata così perché il nostro giornale è atipico rispetto a moltissimi altri: non ha un padrone ed i giornalisti non sono dipendenti. “Dipendenti” appunto, la parola chiave quest’ultima dei concetti che sto per esprimere.
Una parola che nel suo “intimo significato” e cioè nella sua etimologia, ci parla di un “lavoratore che dipende”. Da chi? Da colui che lo paga, dal padrone (l’editore nel nostro caso), per dirla in maniera cruda.
Due le accezioni possibili: la prima è che, chi acquista o fonda un giornale, sa benissimo che non apre una macelleria o una birreria (per esempio) e sa benissimo che il mestiere del giornalista è quello di informare correttamente e di esprimere le proprie opinioni in piena libertà. La seconda è, che chi sceglie di fare il giornalista, lo fa perché ritiene di dover dare un contributo sotto forma di informazioni e opinioni libere e costruttive, alla democrazia nel rispetto di chi legge i propri articoli.
Tutto vero ma è anche vero che le due accezioni non si conciliano tra di loro perché, chi paga non vuole che i suoi interessi vengano intaccati e chi scrive, quasi sempre si adegua perché non se la sente di perdere un posto di lavoro ben remunerato. Cosa che accade nel 99% dei casi. Quindi libertà di stampa molto limitata, secondo me, a causa di interessi, tra dipendente e padrone, che raramente sono convergenti.
Esiste una sola soluzione, quella del giornalista-manager-imprenditore. Un giornalista può essere totalmente (o meglio quasi perché un margine di possibili seppur minimi compromessi esistono sempre) indipendente, soltanto se diventa imprenditore di se stesso. Il nostro modello punta esattamente a questo perché altrimenti (ci ripetiamo spesso in redazione) avremmo dovuto scegliere un altro mestiere. Non è facile, anzi è molto dura andare avanti, perché la nostra linea è troppo dura per chi è oramai abituato ad una stampa soft, per dirla con un termine leggero.
L’esempio del nuovo giornale di Padellaro e Travaglio, Il fatto quotidiano, mi permette di spiegare, sempre dal mio punto di vista, un’altra grande difficoltà che incontrano operazioni simili alla nostra, qual è indubbiamente la nuova testata nazionale.
L’edizione in edicola non farà molta strada se si limiterà esclusivamente all’informazione nazionale. Non potrà aggiungere molto altro a quanto già si legge o si ascolta di loro su internet e su trasmissioni tipo Anno Zero. L’italiano poi legge sempre di meno, perchè ascoltare (Tv, web Tv, radio) è molto più semplice e sbrigativo che leggere. Senza contare che noi italiani siamo tradizionalisti e prima di cambiare abitudini ci pensiamo cento volte.
La carta stampata è ormai diventata un’esigenza per informazioni di servizio (è molto più facile comprenderle perché si possono leggere con calma seduti su una panchina o su un divano) o per notizie che riguardano direttamente il territorio in cui viviamo. Giornali a carattere nazionale o regionale vendono di più a seconda della bontà e quantità delle pagine locali. Gli esempi nostrani di Corriere Adriatico, Messaggero e Resto del Carlino letti qui da noi sicuramente più di Repubblica e del Corriere della Sera lo dimostrano ampiamente.
Ritengo quindi che le buone intenzioni di Travaglio e degli altri giornalisti che si sono “consorziati” per rendere alla nazione un servizio giornalistico scevro da poteri forti, andranno in porto se riusciranno a farsi veicolare nella nostra penisola da pagine strettamente locali con giornalisti che hanno il loro stesso dna e vogliosi di ricominciare a raccontare i fatti quali realmente sono.
Altrimenti la loro bella iniziativa sarà destinata a fallire nel breve e con ripercussioni gravissime alla credibilità dei fautori.
Convalido le mie considerazioni con un esempio elementare: non c’è riuscito Indro Montanelli (ricordate “La voce”) quando le opinioni e i fatti sulla carta stampata avevano ancora un valore esclusivo e dominante, con meno canali televisivi ma principalmente senza quel fenomeno universale che si chiama internet.
Mi scuso per la lunghezza ma era necessaria e concludo con la preghiera di considerare il mio DisAppunto semplicemente una mia opinione personale e tendo conto che il problema è sicuramente molto più complesso. Con l’aiuto di voi lettori magari è possibile allargare le mie vedute e correggerle nei punti meno convincenti,

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