SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Un’isola, tre donne, un uomo che arriva a turbare una radicata e quasi diabolica solitudine e il belare delle capre a scandire il tempo che passa.
Questi gli ingredienti abilmente maneggiati dalla compagnia “Nessunteatro” che, per la rassegna Teatri Invisibili, ha portato in scena l’affascinante opera del drammaturgo camerinese Ugo Betti, “Delitto all’isola delle capre”, scritta nel lontano 1948.
Sul piccolo ma suggestivo palco del teatro dell’Olmo quella che è saltata agli occhi nella serata di domenica 27 settembre, è stata l’espressività e la padronanza scenica degli attori Chiara Macinai, Marta Dalla Via, Silvia Vagnoni, Edoardo Ripani e del regista e attore Matteo Ripari nel rappresentare la storia complessa di Agata, Silvia e Pia, rispettivamente moglie, figlia e sorella di un uomo scomparso da mesi. L’assenza dell’uomo ha cambiato profondamente l’esistenza delle tre donne, dedite da quel momento in poi esclusivamente alla solitudine e al lavoro nei campi. L’arrivo di uno straniero le sedurrà, portando disordine e inquietudine, e solo un evento fortuito ricondurrà le donne alla loro apparente e asfittica tranquillità.
Una scenografia semplice ma d’effetto, un palco disadorno, con al centro solo una panca circolare, che rappresenta contemporaneamente l’isola, un pozzo, una stanza. Oltre alla panca, un appendiabiti, un microfono e un ventilatore a ricordare il vento che come il tempo inesorabilmente soffia via. Tutto il resto è affidato all’espressività degli attori; alla loro voce, tra bisbigli frequenti e grida di disperazione; ai sussurri in sottofondo, a volte tormentati, a volte demoniaci.
E poi i corpi, che si muovono, si sfiorano, si cercano, si illuminano e si nascondono.
Infine la scrittura – quella di Ugo Betti, fascinosa e seducente, soprattutto quando serve a dar voce allo straniero – e un intreccio passionale e impulsivo ma a tratti fiabesco, conferiscono allo spettacolo uno sguardo incantato che perdura nello spettatore anche dopo gli applausi finali.

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