DA RIVIERA OGGI 792 IN EDICOLA
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Incontro Raffaella Melandri nella sua abitazione a San Benedetto del Tronto.
Mi siedo nel suo studio, una piccola stanza piena di libri e appunti di viaggio, due computer e qualche fotografia.
Sono lì per parlare del suo ultimo viaggio in solitaria che l’ha vista fronteggiare le zone desertiche dell’Africa del Sud, quella nera, tra aridità, pericoli e temperature estreme.
La sua ultima avventura in ordine di tempo l’ha infatti vissuta, dal 23 agosto al 9 settembre, nello stato del Botswana, un fazzoletto di terra, prevalentemente desertica, tra Sudafrica, Namibia, Zambia e Zimbabwe.
La osservo con curiosità, del resto non capita spesso di incontrare una donna che decide di partire da sola, visitare posti malsicuri, lontana dagli agi della quotidianità occidentale, senza alcuna compagnia, se non quella di una macchina fotografica.

Com’è iniziata questa sua passione per i viaggi e per la fotografia?

La passione c’è sempre stata, ma si è potuta concretizzare in maniera più tangibile nel 2004, quando ho lasciato il mio lavoro come amministratrice di una fabbrica e mi sono messa in proprio, lavorando come consulente commerciale. Questa autonomia lavorativa ha fatto sì che io potessi assentarmi dal lavoro per partire. Dal 2004 ho fatto diversi viaggi da sola, sono stata in Australia, in Tibet, in Nepal, in Alaska, realizzando diversi reportages fotografici.
Il mio fine è quello di utilizzare la fotografia per scopi benefici e umanitari.

Cosa ha trovato nel Botswana?
Il mio interesse maggiore era quello di incontrare i San, il popolo indigeno del deserto del Kalahari. Volevo vedere le loro condizioni di vita. Molti di loro sono stati allontanati dal deserto, espropriati della propria terra e costretti a vivere in alcuni campi di insediamento. Il deserto del Kalahari è ambito, sia per il turismo, sia per quanto riguarda la presenza, al suo interno, di miniere di diamanti.
Una parte dei San vive ancora nel deserto, ma il governo ha chiuso i pozzi d’acqua e impedisce loro di andare a caccia, pena la prigionia, con l’intento di allontanarli tutti e rinchiuderli nei campi.
La maggior parte di loro non vuole andarsene, ma le condizioni di vita attuali sono invivibili. Io sono andata lì per testimoniare, attraverso le mie foto, la violenza che viene fatta a queste popolazioni, costringendole ad abbandonare il loro territorio.

Ha intenzione di allestire una mostra per denunciare questa situazione?

Sì, sicuramente, ma ancora non so né quando lo farò, né dove.
Contemporaneamente sto cercando di battermi a favore dei San cercando di spostare l’attenzione sulla Ilo 169.

Che cos’è di preciso?
Si tratta della Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui popoli indigeni e tribali. La Convenzione riconosce i diritti di proprietà della terra dei popoli tribali e stabilisce che essi debbano essere consultati ogniqualvolta vengono varate leggi o progetti di sviluppo che possono avere un impatto sulle loro vite. Riconosce inoltre le pratiche culturali e sociali dei popoli tribali, garantendo il rispetto delle loro tradizioni e chiedendo che le loro risorse naturali vengano protette. I paesi che la ratificano si assumono il compito di rispettarla, l’Italia non è tra questi.
Sto cercando di raccogliere firme affinché il Ministero degli Esteri riveda le sue posizioni e aderisca alla convenzione. La cosa che mi preme maggiormente è la riapertura dei pozzi d’acqua.

È già passata un’ora da quando ho varcato la soglia della casa di Raffaella Milandri, ma sembrano solo pochi minuti. È impossibile non essere coinvolti dal suo modo di raccontare realtà considerate sempre troppo lontane. Guardo alcune foto del viaggio, qualche video, leggo anche qualche appunto scritto mentre si trovava nel Botswana e pubblicato sul social network Facebook e mi viene istintivo chiudere la nostra conversazione chiedendole se pensa di scrivere un libro per raccontare le molteplici realtà viste in questi anni.
«Sì, è da un po’ che ci sto pensando. So che devo farlo».

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