SAN BENEDETTO DEL TRONTO – L’acqua del rubinetto meglio della minerale al supermercato. Lo rivela uno studio di Altroconsumo che sfata il mito secondo cui l’acqua in bottiglia sarebbe da preferire per qualità a quella domestica. Niente di più sbagliato. Tanto che su 35 città in cui l’associazione ha effettuato rigorose analisi su campioni d’acqua prelevati da fontanelle pubbliche, solo a Reggio Calabria questa è risultata non potabile a causa dell’elevata salinità, dovuta ad infiltrazioni di acqua di mare.

In tutte le altre città quello che sgorga dal rubinetto di casa è autentico “oro blu”: «Buonissima, sicurissima, comodissima – si legge nel dossier – l’acqua del rubinetto non ha nulla da invidiare alla parente arricchita che si presenta chiusa in bottiglia e accompagnata da bei marchi (350 solo in Italia)».

 Per di più anche l’acqua imbottigliata essendo parte di un ecosistema in sofferenza non è immune da possibili contaminazioni, tanto che anche alcune acque di note marche che sono state allo stesso modo analizzate, non sono uscite propriamente immacolate: minime tracce di contaminanti (pesticidi, perturbatori endocrini, estrogeni naturali) sarebbero state riscontrate ad esempio nell’acqua Levissima e nella Sant’Anna. Tracce talmente impercettibili da risultare del tutto innocue per la salute, ma che stanno a significare come «la purezza è una qualità sempre più rara, e nessun prodotto può ormai vantare di essere immune da contaminazioni ambientali».

Altroconsumo, nelle analisi effettuate su tutti i campioni d’acqua, ha voluto adottare parametri di riferimento più severi rispetto a quanto imposto dalla normativa in vigore, giudicando negativamente i valori che pur essendo lontani dai limiti di legge, andavano oltre la metà dello stesso limite. E bocciando anche i campioni che avessero almeno un parametro superiore al limite, come appunto nel caso di Reggio Calabria.

Il quadro generale che è stato delineato comunque è piuttosto soddisfacente, con il risultato che le città centro-meridionali hanno un’acqua più buona di quelle del nord, dove si trovano più frequentemente sostanze indesiderate, sebbene in quantità non pericolose. Nella classifica sulla qualità dell’acqua quindi, Altroconsumo inserisce al primo posto Potenza e Campobasso, le cui acque sono talmente buone che meriterebbero di essere imbottigliate.  A seguire Bari, Salerno, Pescara, Ancona, Roma, Frosinone, Perugia, tutte con valori molto simili tra loro e seguite a poca distanza da tutte le altre. Giudizio mediocre invece per Lecce e Ferrara nella cui acqua sono state trovate sostanze indesiderate, sebbene in quantità non pericolose.

Nel dossier viene inoltre sfatata una comune credenza: «L’acqua che sgorga dal rubinetto – si legge – è spesso oligominerale e non ha tutto il calcio e il sodio che si vuol far credere. Una cosa ha in meno rispetto alla minerale: le centinaia di milioni di euro che le aziende imbottigliatrici investono in marketing e pubblicità. Spot e campagne che fanno passare l’acqua minerale per elisir di bellezza».

Dai risultati dell’inchiesta, il bilancio che Altroconsumo delinea è che «non bere l’acqua di casa significa rinunciare a un prodotto buono ed equilibrato perché oligominerale e supereconomico: costa infatti circa 250 volte meno dell’acqua griffata venduta in bottiglia».

Altro capitolo invece è quello dedicato al costo della bolletta, che per la stessa quantità di acqua consumata varia inspiegabilmente a seconda delle città. Sul consumo medio di 200 metri cubi all’anno di acqua per famiglia (composta da tre persone) le tariffe – che hanno fornito i gestori delle reti idriche presenti nelle 35 città del campione – portano a esborsi che vanno dai 110 euro di Milano (la meno cara) ai 448 euro di Firenze.

Per il 54% delle città considerate la spesa annua è compresa in un intervallo tra 200 e 300 euro, mentre solo in otto città su trentacinque la bolletta scende sotto i 200 euro. Una giungla tariffaria che si conferma anche in città della stessa regione: a Catania ad esempio si spendono 48 euro in meno rispetto a Palermo.

Una seppur minima consolazione potrebbe derivare dal fatto che, in base ai dati del rapporto dell’International Water Association, pubblicati lo scorso anno, la spesa idrica media che sostiene un italiano  sarebbe una delle meno care in Europa: solo serbi e romeni avrebbero una bolletta più leggera di quella tricolore.

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