SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Questo agosto 2009 potrebbe essere ricordato come il punto di svolta della crisi; il periodo di recessione, a detta dei massimi esperti, sta gradualmente rientrando, il pericolo di implosione del sistema sembra scongiurato e, dopo due terribili anni, si cominciano a vedere i primi piccoli segnali di ripresa e di inversione di tendenza.
Dagli Stati Uniti, cuore di questa crisi, arrivano indizi confortanti: minor richiesta di sussidi di disoccupazione e una rinnovata domanda di compravendita di case, segnali importanti di ogni ripresa economica.
Il sembra è d’obbligo perché la crisi è stata devastante, incontrollabile ed ha investito tutte le istituzioni, lasciando sul campo non poche vittime, anche molto illustri (come non ricordare la bancarotta della Lehman Brothers, i fallimenti delle banche Northern Rock e Bear Stearns, i salvataggi statali di Fanny Mae e Freddie Mac) e, senza l’intervento degli stati centrali, che per la verità si sono mossi con tempestività e abilità, ci sarebbero stati ulteriori gravi tracolli.
Il gotha dell’economia americana è quasi compatta nel dire che il peggio è alle spalle anche se non sanno con precisione quando ci sarà la ripresa perché c’è il timore che questa possa essere fittizia, drogata, e che riporterebbe l’economia nel pantano della stagnazione e recessione.
E le famiglie americane sono terrorizzate per questo, hanno paura che non sia ancora finita perché sono state troppo strapazzate da questa crisi devastante in cui hanno riscoperto dolorosamente le virtù del risparmio e un domani pieno d’ incognite.
Le previsioni di crescita comunque ci sono ma c’è il timore che possa ripartire l’inflazione, in conseguenza della grande massa monetaria immessa sul mercato nei momenti più bui della crisi dalle banche centrali (la Fed ha annunciato che ad ottobre cesseranno i finanziamenti e il governo centrale ha fatto capire che gli stimoli fiscali verranno gradualmente tolti).
Altro vero e grosso problema sono i disoccupati che sono troppi e che addirittura in alcuni paesi continuano a crescere (vedi Giappone) e, se il sistema non li riassorbe nei tempi giusti, sarà difficile avere una ripresa solida e duratura.
Il secondo trimestre del 2009 ha riportato comunque il segno positivo nella produzione di importanti economie mondiali, dando speranza e segnali eloquenti.
Ha ridato fiducia ed entusiasmo anche alle borse, un’euforia forse esagerata, dimenticando troppo presto le recenti storie di come la finanza abbia devastato i risparmi e le economie reali.
Gli istituti finanziari sono tornati a speculare sui mercati internazionali (le più importanti banche mondiali, che sono state sull’orlo del fallimento, hanno richiamato matematici puri e statistici, ricominciando a fare grossi utili), dimenticando i moniti delle più importanti istituzioni monetarie internazionali.
Dietro di loro, la massa dei peones, il popolo bue di compratori i quali cercano di rifarsi delle grandi perdite che hanno subito gli ultimi due anni, di scommettere di nuovo sui mercati finanziari (visto che attualmente i titoli di stato non rendono quasi nulla) e rischiano di farsi di nuovo male.
E’ tornata la voglia di fare profitti, gli investitori desiderano così tanto comprare ed investire da invogliare le aziende di tutto il mondo ad emettere con fiducia obbligazioni (sono stati immessi sul mercato fino ad oggi circa 1.000 miliardi di dollari di corporate bond).
E in Italia come siamo messi?
In Italia purtroppo questi segnali ancora non ci sono, la produzione industriale su base annua è scesa del 20% e le prospettive di ripresa dell’economia non sono immediate (si parla di almeno un anno).
Le banche, come negli altri paesi, non hanno tanti soldi, hanno paura e stanno facendo una specie di selezione nella distribuzione dei prestiti, operando per far sopravvivere le aziende migliori, le più solide.
E le aziende in difficoltà come sopravvivono? O trovano soldi freschi fra i soci, o vendono la proprietà o trovano nuovi investitori, che credono nella bontà dell’affare e sono pronti a partecipare al rischio, oppure chiudono.
E, come al solito, in questi frangenti, le imprese più solide saranno quelle che approfitteranno di questa situazione per fare shopping a buon mercato, comprando aziende ben strutturate, ma in grosse difficoltà contingenti, a prezzi stracciati.

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