SAN BENEDETTO DEL TRONTO – E’ difficile raccapezzarsi nel ciclone che negli ultimi giorni, partendo da Il Giornale di Vittorio Feltri-Ronaldinho, ha investito il direttore del quotidiano dei vescovi, L’Avvenire, Dino Boffo, che a confronto con il fuoriclasse della bottega di Paolo Berlusconi sembra avere piuttosto il passo cadenzato di un Andrea Pirlo.
Lo ammetto: non appena la notizia è saltata fuori, ho pensato che, comunque la si potesse interpretare (ovvero anche come una forma, diretta o indiretta, di vendetta berlusconiana) fosse un gran gol di Feltri: di quelli in cui, mentre tutte le altre squadre la spuntano con una deviazione di stinco o un rimpallo fortuito, lui, l’asso del giornalismo del centrodestra, prendeva palla a centrocampo e scartava tutti, per poi depositare la palla in rete.
Ma dopo alcuni giorni le nebbie iniziano a diradarsi e la verità, seppure dovesse successivamente emergere in maniera integrale, risulta diversa rispetto alla paventata prodezza d’apertura. Il replay illustra delle scorrettezze che non possono essere taciute, neppure da un giornale di provincia (ma non provinciale).
Scriveva ilgiornale.it il 29 agosto, il giorno successivo lo “scoop” feltriano, in risposta alla reazione di Boffo: «Nessun killeraggio ma solo la trascrizione “di un documento del casellario giudiziario, cioè pubblico”». Faceva riferimento ad un articolo, pubblicato il giorno precedente da Gabriele Villa sempre per il quotidiano di Berlusconi (Paolo), in cui si scriveva «visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia». Scriveva sempre Il Giornale: «Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi e impegnato nell’accesa campagna di stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell’uomo con il quale aveva una relazione».
Un piatto indubbiamente succulento: il direttore di un giornale cattolico è omosessuale (ma dagli atti dell’indagine questo non è emerso, come scrive La Stampa), ha commesso reati contro la moglie di un suo compagno, fustiga Berlusconi-Pelè (pur senza eccedere). Ho pensato: bravo Feltri-Dinho. Ho nutrito sempre simpatia per i giornalisti che seguono percorsi originali: la prima pagina di Libero, negli ultimi anni, si distingueva in edicola rispetto ai titoli fotocopia e spesso stantii rispetto ai telegiornali della sera di quasi tutti gli altri quotidiani.
Ma emergono, ora, verità inquietanti. Con manovre di retromarcia ancora goffe ma chiare nella direzione: «Noi abbiamo i documenti, se Boffo ha un’altra verità, la dimostri» ha detto poi Feltri. Mi ero chiesto: ma cosa c’è da dimostrare? Se Villa faceva capire di copiare e incollare un documento ufficiale del Tribunale di Terni come nel seguente virgolettato, cosa c’era ancora da rimuginare? «Atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell’informativa: “Il Boffo – si legge – è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela”».
Dunque, come era possibile per Boffo dimostrare che quel che Feltri aveva scritto, non era verità, se questa era stata presa da una sentenza definitiva e quindi non smentibile? Qui sta la pagina buia di questi giorni: quell’«atteniamoci rigorosamente ai fatti», quel «documento chiuso nei nostri cassetti», altro si parla che di una lettera anonima inviata qualche tempo fa a tutti i vescovi italiani e forse anche a diversi direttori di giornali. Cosa ha combinato Feltri: ha ambiguamente spacciato un documento anonimo e quindi inattendibile (li ricevono tutte le redazioni, anche in Provincia) in una “informativa del Tribunale di Terni”.
Giuseppe D’Avanzo, su Repubblica, fa notare che «c’è stata finora una regola accettata e condivisa nel pur rissoso giornalismo del nostro Paese diviso: spara duro, se vuoi, ma è legittimo farlo soltanto con notizie attendibili e fondate, confermate da testimonianze o documenti che reggano una verifica, pena il discredito pubblico, la squalifica di ogni reputazione professionale». Il sempre ottimo Marco Travaglio (che però forse corre troppo nell’accusare Boffo sulla base di informazioni anonime) ha posto l’attenzione sull’editoriale di Feltri, in cui si scrive «mai quanto nel presente periodo si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli (…) Cominciamo da Dino Boffo, 57 anni». Ritengo sia giusto smascherare un finto moralista – lo sono anche i furfanti che rubacchiano o mentono fingendosi senza macchia – altrimenti il giornalismo a cosa servirebbe? Ritengo altrettanto grave che per rinforzare la vericidità di una vicenda di condanna penale pur lieve si spacci (inizialmente) una lettera anonima in un documento del Tribunale, e, attraverso quel “cominciamo”, e quello “smascherarli”, si preannuncino implicitamente azioni simili verso tutti coloro che hanno mosso accuse al proprietario del quotidiano diretto da Feltri.
Ad ogni modo, i comportamenti probi o scandalosi, sessuali o meno, di un Boffo, di un Feltri, di un Travaglio o di un qualsiasi altro personaggio pubblico dovrebbero, se diffusi, rafforzarci nell’idea di chiedere correttezza da parte di tutti, e non invece propendere per una assoluzione generalizzata. Chissà se Feltri è della nostra stessa idea.

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