SAN BENEDETTO DEL TRONTO- Il viso asciutto, lo sguardo perforante ed un baffo che sa il fatto suo danno all’uomo l’aspetto di un attore di teatro vecchio stampo. Venturino Tordini, classe 1927, ex gestore del leggendario ed ormai scomparso ristorante“Da Venturì”, qualche nome famoso, nel corso degli anni, è certo di poterlo annoverare tra la sua sterminata schiera di clienti.

Di getto, gli viene in mente Arnoldo Foa che qualche volta ripassava il copione a bassa voce tra una coscia di coniglio e una tagliatella al ragù. E poi ancora Gastone Moschin: «Che per lodare la nostra cucina – ricorda Venturì – usava spesso toni da tragedia greca». L’elenco si allunga e si aggiorna con il passare degli anni. Da Gianni Morandi (’85) ai Fratelli Giuffrè, da Nando Gazzolo a Jerry Calà (anni ’90), da Antonio De Filippo a Lando Buzzanca. Poi c’erano le “belle del varietà”, formose e conturbanti attricette che calcavano le scene del Calabresi agli inizi degli anni ’70. Ma le attrici “vere” si chiamavano Ilaria Occhini o Mariangela Melato.

«Siamo sempre stati gente alla mano, di schietta origine contadina – ricorda la signora Maria – trattavamo qualsiasi cliente con gli stessi modi bonari e la stessa naturalezza, così che tutti si sentivano a proprio agio quando venivano da noi» . Insomma, due ex contadini di Rotella che, per passione e bisogno, in una via popolare fecero di un’ex osteria malandata un posto mitico.

Maria e Venturino sapevano davvero come addomesticare i fornelli. Confezionando piatti del nostro entroterra veri e gustosi, con pochi ma essenziali odori dal gusto unico per gli ex sindaci Cappella, Cameli, Ripani, Speca, Perazzoli. Le loro “pappardelle al sugo di papera” fecero impazzire la gola tanto ad un Riccardo Fogli così come il “coniglio in salmì” conquistò sia Gino Bramieri che gli impiegati delle Poste o degli uffici cittadini.

Venturino alle carni e la moglie alla pasta: «La pasta è una questione di cuore – afferma Maria che ancora oggi non ha dimenticato le sue doti di cuoca – la devi sentire con le tue stesse mani». Per questo prediligeva alzarsi alle cinque del mattino e lavorarsi da sola le sfoglie per tagliatelle, cannelloni o lasagne. Dalle sue mani, dai funghi di Venturino e dell’amico Orazio nacque la ricetta “Mari e Monti” la cui fama avrebbe valicato diverse frontiere. Le porzioni erano sempre abbondanti e lo sapevano in molti, anche quelli il cui portafoglio permetteva un solo piatto di pasta, come il compianto Filippo Merlini, in arte “La Pànnelletta”, straordinaria figura di stampo felliniano.

Il cliente andava servito prontamente: «La pazienza – ammiccava Venturino – va spesso a braccetto con la fame». La simpatia doveva essere una causa naturale, mai affettata o di circostanza. “Da Venturì” spesso si ballava e si cantava fino a tardi e nelle notti d’estate, come la festa di San Giuseppe da lui ideata, si tiravano anche le cinque di mattino.

Il gestore aveva il vantaggio di una bella voce e con un amico che lo seguiva all’organetto era il massimo. La sua trattoria, nel cuore di una San Benedetto che andava già scomparendo, la mitica via Laberinto, fu un posto straordinario, rimasto nel ricordo collettivo della città. La sua cucina può dirsi assaggiata da varie generazioni di sambenedettesi. Le “retare” di Via Laberinto, ancora presenti ed attive in quel tempo, accettarono con diffidenza quel posto e “lù frastire” che lo aveva creato. Poi, aiutato dalla bontà dei piatti e dalla simpatia, diventò per tutti, semplicemente e mirabilmente, “Da Venturì”.

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