dal settimanale Riviera Oggi Estate
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il mare, dalla furia imprevedibile. Potenza superiore che alza il braccio contro la debolezza umana. Musa fertile, fonte d’ispirazione per la fantasia di un popolo di pescatori forti e risoluti, ma semplici e ignoranti dei misteri del mondo marino. La condizione dell’uomo si colloca su un piano simbolico, dimostrando l’inefficacia dei suoi mezzi di fronte alla forza disumana della natura. L’espressione del suo timore reverenziale si materializza nella mistificazione di un fenomeno atmosferico. La tromba marina che solca la superficie salata si trasforma in una visione infernale che attinge a storie di un mare antico, popolato da personaggi metamorfici. Un groviglio di anime in cerca di vendetta: è la leggenda de “Lu Scijò”.

Lo scrittore Guido Milanesi (1875-1956), raccoglie, in “Mar Sanguigno” (Alfieri e Lacroix, 1918, Milano), alcune storie sul mare tempestoso, crudele e sanguinario apprese durante i suoi numerosi viaggi. In particolare, rimase affascinato dalla vita e dalle credenze popolari dei marinai di San Benedetto. Il ricordo prende forma in due racconti che aprono e chiudono, rispettivamente, la sua opera più conosciuta, narrando proprio la leggenda dello Scijò.

“Quando innumerevoli nuvole scure sembrano improvvisamente divenir pesanti e scendono e s’accatastano e s’addensano premendo sull’orizzonte… l’Adriatico spiana ogni sua onda e s’illividisce tutto per un immenso brivido che gli porta via ogni colore. […] e quella nuvola solitaria… che ha raccolto ogni tentacolo per aprirsi in alto come coppa diabolica e allungare verso il mare una sola, serpeggiante propaggine, non è tromba marina…; essa è fatta di morti, quelli a cui i marinai fanno torto in vita, è spada di Dio; e il suo nome è Scijò”.

Si apre così la prima parte, con la descrizione della tromba marina carica di spiriti urlanti che bramano vendetta. L’unico in grado di placare la loro furia è un iniziato che abbia appreso la formula dello scongiuro: invettive oscene e imprecazioni che il demonio insegnò al primo marinaio del mare Adriatico, da allora tramandate per generazioni attraverso la linea maschile delle famiglie di pescatori. L’iniziato fronteggia la “colonna d’anime turbinanti” recitando le parole segrete e tagliandola con un coltello, così da ridurla in piccoli gruppi, allorché le anime indebolite fuggono confondendosi tra le nuvole.
Segue il racconto di Isè la Botta (Giuseppe il Rospo), di professione tajatore di Scijò, che ripercorre, tra un gesto scaramantico e un bicchiere di vino “bbune prassà”, la notte del due novembre, quando dopo aver affrontato lo Scijò, fa un incontro che lo segnerà per sempre.
Qui la leggenda popolare si fonde con la letteratura e la mitologia: era credenza diffusa che nella notte tra l’uno e il due novembre il mare fosse proprietà delle anime dei morti. Al calare dell’oscurità il nocchiero Caronte solcava le acque con la sua barca, in cerca di anime disperse da recuperare, le anime di pescatori che il mare aveva richiamato a sé.
Isè si trova a bordo della “Marietta Bella”, proprio la notte dei morti e quando la burrasca si scaglia su di loro, lui fronteggia lo Scijò e lo vince. Riparati alla foce di un fiume per la notte, il tagliatore scende a terra con le cinquanta lire guadagnate in tasca; un misterioso marinaio gli offre da bere e si rivela essere un’anima dannata appena liberata dal suo taglio. Quando questi sparisce e il garzone della cantina lo accusa di essere un ubriacone che ha le allucinazioni, Isè gli spacca una bottiglia in testa e lo uccide. Da allora il suo spirito assetato di vendetta lo perseguita ogni volta che deve affrontare il turbine di anime, segnandolo con la dannazione eterna. E un avvertimento: “ti prenderemo quando sarai tanto vecchio da non ricordare più le parole del diavolo”.
Isè muore la stessa notte in cui racconta la sua vicenda al narratore: ha ottantasette anni e lu Scijò viene a riscuotere il suo pegno in casa, spezzando la sua ultima risata di scherno; lui cerca di tagliarlo ma mille mani invisibili lo bloccano, gli stingono la gola e gli impediscono di pronunciare lo scongiuro. Lo spezzano.

“E nulla le resiste. Ciò che suprema giustizia decreta, è compiuto dallo Scijò con precisione matematica”.

Un’invettiva insegnata dal Diavolo per combattere un turbine di anime vendicative e sanguinarie. L’istinto e la sincerità ingenua dell’esistenza quotidiana, fatta di sacrifici e stenti, contro l’inspiegabile. Lu Scijò, simbolo di un mondo ormai fatto solo di ricordi, simbolo della natura bella e terrificante, che sfida la tempra dell’uomo di mare.
E lui, vincitore o vinto, continua a solcare le acque dell’Adriatico in ricordo delle paranze che scivolavano leggere e timorose sul dorso di un mare dalle profondità misteriose e impenetrabili.

“Le vele gialle e rosse delle paranze, prima risaltano di più e poi, divorate da una tinta di inchiostro, spariscono poco a poco”.

Bibliografia:

Racconti Marchigiani, a cura di Tito Pasqualetti, ed. Didattica Pasqualetti, 1979, Pescara.
Secondo e Terzo Corso di cultura sambenedettese, AAVV, ed. Circolo dei Sambenedettesi, 1997, SBT.
In Adriatico, miti e momenti di vita, Benedetta Trevisani, ed. Circolo dei Sambenedettesi, 2006, SBT.

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