riceviamo e pubblichiamo da Andrea Marinucci * (consigliere comunale dei Verdi nel Comune di San Benedetto)

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Fra i temi di maggior portata esaminati il 18 giugno scorso dal Consiglio dei Ministri, rientra la “strategia energetica nazionale“, con tanto di disegno legge che prevede entro fine anno la definizione dei vari criteri necessari per l’individuazione dei luoghi idonei ad ospitare gli impianti e dei siti per lo stoccaggio delle scorie nucleari, sperando che scelgano Arcore o Imperia (magari nel giardino di casa del Ministro Scajola) piuttosto che San Benedetto del Tronto o il vicino Abruzzo.

Ci siamo….tra 15-18 anni, dicono gli esperti, in barba al fatto che gli italiani abbiano si siano già espressi attraverso un referendum popolare (9 novembre 1987), se tutto fila liscio, cosa comunque assai improbabile, avremo sul nostro territorio nuove centrali nucleari.

L’Enel ha dichiarato, tramite il suo amministratore delegato Conti e il Ministro dell’Industria Claudio Scajola, non chiederà allo Stato né incentivi né sussidi ma si affiderà al mercato. Però ha bisogno, per poter rassicurare gli investitori che anticiperanno i capitali necessari, di un aumento nella bolletta dell’elettricità, come prezzo politico per il decollo del nucleare italiano.

Di fatto, se i costi di altre tecnologie, come il solare o l’eolico, dovessero scendere, il consumatore italiano si troverebbe a pagare per i prossimi decenni (i tempi di ammortamento dei finanziamenti per il nucleare) una bolletta più alta per sostenere i costi delle centrali Enel.

Intanto il mercato emette delle sentenze chiare e senza appello: ad oscillare violentemente non sono solo le quotazioni del petrolio e per l’energia nucleare una sorpresa è venuta dal Canada. Aprendo le buste delle offerte per la costruzione a Darlington di due reattori ad acqua pesante da 1.200 megawatt si è scoperto che la proposta dell’AECL (Atomic Energy of Canada Limited) era 26 miliardi di dollari, 18 miliardi e mezzo di euro al cambio attuale. Troppo? Con la seconda busta, quella dell’Areva, il colosso atomico francese, è andata poco meglio: 23,6 miliardi di dollari per due impianti da 1.600 megawatt (ma con minori garanzie su possibili futuri extracosti). Siamo a un prezzo per chilowattora che è quasi tre volte quello su cui si è basato l’accordo per realizzare a Olkiluoto, in Finlandia, un reattore di terza generazione, la filiera che dovrebbe rilanciare il nucleare dopo la lunga stasi che ha visto 30 anni di blocco degli ordini negli Stati Uniti e una stagnazione nei paesi occidentali.

Il progetto finlandese procede a rilento provocando dispute giudiziarie e un forte innalzamento dei costi e queste difficoltà sono alla base della decisione dell’Edf, l’ente elettrico francese, di chiedere un aumento del 20 per cento delle tariffe. Ora anche in Ontario è arrivato un alt. Alle tariffe proposte il nucleare viene giudicato poco conveniente dal governo canadese che riteneva di poter chiudere il contratto attorno ai 7 miliardi di dollari e si è ritrovato una richiesta tre volte e mezzo più alta. Il premier Dalton McGuinty si è consolato affermando: «Se non altro lo abbiamo scoperto per tempo».

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