ASCOLI PICENO – Operazione “Coffe Break” della Guardia di Finanza e pugno di ferro contro l’evasione fiscale, coinvolta anche la provincia picena. I reati contestati vanno dall’associazione a delinquere, alla truffa in danno dello stato, all’emissione ed utilizzo di false fatture, frode fiscale, riciclaggio e reinvestimento di capitali di provenienza illecita; riguardano 75 soggetti indagati, di cui 39 raggiunti da provvedimento di fermo.

Smascherate 50 società utilizzate per l’emissione di fatture false, la metà delle quali assolutamente cartiere, denunciati 75 soggetti, per lo più imprenditori, scoperte fatture false per più di 40 milioni di Euro, finanziamenti pubblici indebitamente percepiti per 4 milioni di Euro ed un colossale giro di usura.

Teatro dell’operazione, alla quale hanno partecipato 160 finanzieri, le province di Cosenza, Rimini, Ascoli Piceno, Napoli, Ravenna, Pavia, Forlì e Pescara. 

La vasta operazione che dalle prime ore di giovedì vede impegnati gli uomini della Guardia di Finanza sotto la direzione del dottor Bruno Giordano, Procuratore della Repubblica di Paola (Cosenza), tenta di chiudere definitivamente il cerchio intorno ad una organizzazione che, per mezzo di un ingegnoso sistema fraudolento e, soprattutto, grazie alla collaborazione di abili professionisti di vari settori economici, era riuscita a costruire un articolato meccanismo di truffa, abilmente combinando tra loro una serie di operazioni che risultavano apparentemente lecite.

L’associazione criminale aveva creato una rete di imprese “cartiere” e cioè di soggetti economici che, sebbene totalmente inidonei alla produzione di alcun bene o servizio, venivano utilizzati al solo scopo di emettere fatture false.

Tale illecita documentazione fiscale veniva intestata, dietro lauto compenso, ad altre imprese che così riuscivano a giustificare grosse uscite di danaro in modo da poter chiedere ed ottenere rimborsi Iva non effettivamente dovuti; abbattere il carico fiscale, indebitamente riducendo la parte dei ricavi da sottoporre a tassazione; riuscire ad ottenere illecitamente finanziamenti pubblici ed altre agevolazioni o emolumenti, offrendo a garanzia crediti le somme relative a transazioni economiche effettivamente mai avvenute.

L’organizzazione aveva anche allestito un vero e proprio “staff di esperti”, ingaggiati tra i più affermati professionisti, sempre a diposizione per suggerire “saggi consigli” su come raggirare le leggi. In alcuni casi veniva addirittura offerto all’imprenditore meno esperto un “pacchetto tutto compreso” che includeva la fornitura della falsa documentazione fiscale unitamente all’istruzione degli atti burocratici necessari, con in aggiunta l’eventuale interessamento “personale” finalizzato ad ottenere il buon esito della pratica.

Grazie alle ingenti disponibilità di danaro liquido illecitamente ottenuto, i responsabili ora sottoposti a misure cautelari avevano messo su un sistema di prestiti a tassi usurai.

Anche in questo settore le “abili” menti criminali avevano ideato un sofisticato meccanismo di finti scambi di prestazioni di servizio o di vendita di merci tra imprese. Lo stratagemma serviva a mascherare il prestito usuraio dietro la falsa parvenza di semplici e legittimi rapporti commerciali tra imprenditori. L’usurato era infatti costretto ad emettere anche formale fattura per l’importo ottenuto nei confronti di società riconducibili all’usuraio, le quali per giunta si scaricavano contabilmente sia l’IVA che il costo indicato nel documento fiscale estorto.

Le dazioni di denaro avvenivano prevalentemente tramite metodi di pagamento tracciabili e la tracciabilità serviva a dimostrare la genuinità della fattura, mentre a garanzia dei crediti venivano spesso usati assegni post-datati. L’imprenditore al momento in cui riceveva il prestito emetteva oltre alla fattura di pari importo anche un assegno post-datato con l’importo già comprensivo degli interessi. In tal modo, qualora l’imprenditore in difficoltà non avesse pagato, l’usuraio avrebbe posto all’incasso l’assegno che, privo di provvista, avrebbe determinato il protesto e la rovina dell’impresa del debitore in difficoltà.

L’associazione a delinquere scoperta dalla Compagnia delle Fiamme Gialle di Paola, nel corso delle indagini coordinate dal Pubblico Ministero della Procura della Repubblica di Paola, dott. Eugenio Facciolla, si è rivelata eccellente anche per riciclare i proventi di altri reati consumati fuori dal territorio calabrese. Sono emersi, infatti nel corso delle indagini, stretti collegamenti tra i soggetti coinvolti nell’indagine ed altri soggetti coinvolti in rapine effettuate nel nord Italia.

Il volume complessivo delle illecite operazioni ammonta a 40 milioni di euro.

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