SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ormai è chiaro a tutti. La riqualificazione del vecchio stadio Ballarin, almeno per i prossimi nove anni, potrà essere compiuta solo dal Comune. Con i suoi fondi, senza alcun finanziamento privato né tantomeno con una cessione.
Il parere negativo della Corte dei Conti mette la parola fine sui tentativi di aggirare i vincoli di inalienabilità e di indisponibilità che la legge Finanziaria del 2004 fa gravare sui beni ex demaniali acquistati dai Comuni.
«Non è il caso di insistere, se lo facessimo e qualcuno opponesse ricorsi amministrativi ogni giudice potrebbe dire che noi eravamo a conoscenza dei vincoli di legge, e ciò sarebbe grave per un amministratore pubblico», spiegano il sindaco Gaspari e il consulente legale Luigi Romanucci ai pochi consiglieri comunali intervenuti nell’assemblea pubblica di giovedì.
Il primo cittadino ha preso le difese del suo operato nell’ultimo anno intorno al grande progetto per la trasformazione del Ballarin in una attrattiva architettonica e culturale. «Abbiamo fatto un iter trasparente e non ci siamo comportati da sprovveduti».
Il fatto è che da molte parti si sono levate critiche sulla successione degli eventi: primo, acquistare l’area Ballarin dal Demanio dello Stato in vista dell’investimento della Fondazione; secondo, accorgersi che l’area ora è inalienabile, non cedibile a privati, in quanto il Comune ha goduto di un diritto di prelazione nell’acquisto dallo Stato.
Qualcuno avrebbe compiuto una valutazione sbagliata, sembrerebbe. Gaspari davanti ai suoi consiglieri (fra la minoranza era assente il centrodestra in toto, c’era invece Daniele Primavera di Rifondazione) è parso affermare fra le righe che l’errore, se errore c’è stato, è stato tecnico, non politico. Prendendo come esempio discorsivo una figura professionale esterna alla vicenda in questione, ha affermato: «Se porto un atto all’approvazione del Consiglio comunale e il segretario generale mi dice che è ok, io non mi preoccupo».
LA DEMOLIZIONE Sull’area Ballarin, almeno per la durata del vincolo decennale, pare di capire che il Comune possa fare ben poco. «Una demolizione e poco più». Questo è quanto affermato da Gaspari, che ha parlato della possibilità di una demolizione graduale, iniziando dalle due tribune, spendendo circa 150 mila euro. Ciò permetterebbe di migliorare la viabilità e mantenere provvisoriamente le sedi della Croce Verde e dell’associazione Amici del Carnevale, ambedue sotto la gradinata sud. Per quanto riguarda le attività sportive (calcio e rugby) che ancora si svolgono al Ballarin, verrebbero spostate presso il campo Europa. Il consigliere comunale Lina Lazzari ha chiesto di realizzare una pineta dopo la demolizione completa dello stadio. Primavera di Rifondazione invece ha criticato il fatto che il sindaco abbia atteso il giorno successivo alle elezioni amministrative per rendere nota la risposta della Corte dei Conti. «Inoltre credo che il Comune abbia messo la propria dignità in secondo piano di fronte alla possibilità di una erogazione della Fondazione, alla quale comunque avremmo dovuto cedere un’area pubblica».
UN’ALTRA AREA PER LA FONDAZIONE «Nelle ultime ore ho parlato con il presidente della Fondazione Vincenzo Marini Marini. Da oggi fino al 2010 hanno ancora la volontà di investire in un’opera pubblica sulla costa», afferma Gaspari, che chiede una riflessione al consiglio comunale sull’area da scegliere e poi proporre alla Fondazione.
UN IMPIANTO PERICOLANTE L’avvocato Romanucci ha affermato di non condividere lo spirito dell’opinione espressa dalla Corte. «È imminente il momento in cui il Ballarin cesserà di avere una funzione pubblica, inoltre è pericolante e pericoloso. La mia interpretazione, rigettata dalla Corte, sosteneva che una delibera di consiglio comunale avrebbe certificato il passaggio del Ballarin al patrimonio disponibile del Comune». Ma la Corte ha giudicato inscindibili i due vincoli di inalienabilità e indisponibilità, derivanti dalla convenzione di acquisto dal Demanio.
Da scartare anche l’idea che la Fondazione aderisca a una società di trasformazione urbana assieme al Comune, in quanto per sua natura e statuto essa vuole mantenere uno status privatistico “puro”.

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