ASCOLI PICENO – Piero Celani ha vinto come da previsioni la competizione elettorale provinciale: era difficile perdesse, viste le frizioni del fronte opposto, anche se qualche chance agli avversari l’aveva concessa l’ingresso nella contesa dell’onorevole Amedeo Ciccanti dell’Udc, che minacciava di togliere voti al concittadino Celani. Così non è stato, o è avvenuto solo in parte.
Piero Celani ha vinto con un margine non altissimo, ma in questi casi non sono le percentuali a contare: è come un campionato, non conta il bel gioco, ma il risultato finale. Durante la campagna elettorale ha espressamente indicato alcuni punti caratterizzanti del suo mandato: impulso al parco tecnologico alla Sgl Carbon, bretella a San Benedetto, terzo braccio del porto sambenedettese, maggior coinvolgimento turistico tra Riviera ed entroterra, possibilità di piccoli insediamenti turistici nell’area della Sentina che non sarebbe soggetta a vincoli, rivalutazione dei work-experience, possibilità di attivare un termovalorizzatore nel caso la discarica di Relluce debba essere chiusa.

Ma al di là delle promesse (o degli intenti), sarà la pratica quotidiana a determinare il successo o meno della sua azione e della squadra di governo, forte di percentuali impensabili per il fronte opposto (almeno ad Ascoli e San Benedetto, mentre in Vallata la situazione è capovolta). Pasqualino Piunti sarà vicepresidente, tra gli altri eletti Bruno Gabrielli e Filippo Olivieri scalpitano per avere l’assessorato al Turismo (Piunti e Gabrielli in questo modo lanciano anche la lunga campagna per la candidatura a sindaco nel 2011, sorprese permettendo).

Da parte della redazione di Riviera Oggi, naturalmente, auguriamo al neo eletto i migliori risultati per il bene di tutti i cittadini da lui rappresentati. Naturalmente, come nostro diritto-dovere di cronisti, vigileremo affinché ciò possa avvenire con la massima trasparenza.
Una buona maggioranza ha quasi sempre bisogno di una buona minoranza. Quella picena al momento è divisa in tre tronconi: oltre all’Udc, c’è il gruppo che fa leva sul Pd (che ha eletto consiglieri ma non da Ascoli e San Benedetto), Verdi e Italia dei Valori, e la sinistra di Massimo Rossi (Rc, Sinistra e Libertà, Sinistra per Rossi).
In questi giorni – e in queste ore – è in atto un ovvio ripensamento su quanto avvenuto in questi ultimi mesi. Ovviamente. I due candidati Mandozzi e Rossi, presentandosi uniti, avrebbero vinto al primo turno, con molte probabilità. Così non è stato. Ripercorriamo brevemente quanto accaduto: nel 2004 Rossi venne indicato come possibile candidato grazie ad un accordo generale che esulava il territorio piceno (la coalizione che poi sarebbe diventata l’Unione valutava le candidature su scala nazionale, e nel Piceno si aprì uno spiraglio per Rossi, di Rifondazione Comunista). Rossi vinse al primo turno con oltre il 55% dei consensi.
Emidio Mandozzi, in passato sindaco di Spinetoli, venne indicato dall’allora partito di maggioranza relativa (Ds) come vicepresidente, anche se non si era candidato nelle liste elettorali. La coalizione non ha avuto sussulti di alcun tipo (rari nelle Province, dove l’azione dell’esecutivo non ha mai un impatto eccessivamente diretto sulla vita dei cittadini: ecco perché si vorrebbero eliminare da più parti) fino all’estate scorsa. Il Pd ha reclamato più attenzioni in qualità di partito di maggioranza relativa, ha svolto delle primarie interne (evitabili data la loro ininfluenza) e poi ha offerto a Rossi le primarie di coalizione.
Sbagliando, a nostro parere: le primarie devono riguardare sindaci o presidenti che si candidano per la prima volta, non sindaci o presidenti in carica. Questi vanno o sostenuti o fatti cadere (gli Stati Uniti insegnano). L’errore strategico del Pd è stato grave (come avvenuto anche a Monteprandone): gli elettori non capiscono questi giochini, o li capiscono fin troppo bene. Nessuna coalizione può davvero pensare di governare con il principale partito che galleggia (o affonda) attorno al 20%. Il fatto che i dirigenti democratici non lo abbiano capito, o finto di non capire, è stata la causa della sconfitta.
Non per questo il Pd può dire di doversi caricare di tutti gli errori. Dall’altra parte Rossi aveva la possibilità di non essere soltanto un testimone elettorale, importante ma non decisivo nel governo provinciale. Un pregio delle elezioni a doppio turno è quello di permettere delle primarie ufficiali, un confronto tra rivali che possono poi convergere su punti comuni. Il responso è stato chiaro: Mandozzi 30%, Rossi 20%. Solo a quel punto Rossi ha provato di tornare al centro della scena indicando punti programmatici ai due candidati superstiti. Naturalmente era cosciente che un avvicinamento tra lui e Mandozzi era impossibile. Se davvero avesse voluto tenere un ponte con il Pd, avrebbe dovuto fissare fin da prima la discussione sul programma, e permettere ai cittadini di distinguere le differenze tra lui e la coalizione di Mandozzi non soltanto come posizione politica, ma anche come carattere programmatico.
Rifiuti, Sentina, turismo, Sgl Carbon, infrastrutture, lavoro: se non si è capito cosa il Pd volesse di diverso rispetto alla giunta Rossi, tranne qualche nuance, è parso difficile capire anche l’esatto contrario. Il Pd e la sinistra “Rossiana” hanno fatto la figura che, qualche anno fa, competeva a partiti come Udeur, Udc, Rinnovamento Italiano, Biancofiore: non avevano alcuna differenza programmatica, gli unici distinguo erano sedie e poltrone e alleanze.
E mentre il Pdl si appresta doverosamente a governare la provincia e il suo capoluogo, e il Pd a riformulare la sua linea (e i suoi uomini?) con la paura di perdere anche San Benedetto, nessuna minima autocritica traspare da Rossi & c. Non è un bel segnale.

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