SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Un grande raduno religioso: sabato 30 maggio la comunità diocesana si è radunata in piazza Matteotti per la Veglia di Pentecoste presieduta dal Vescovo Gervasio Gestori, in cui si è anche fatto il punto sugli obiettivi del Sinodo diocesano.
«Siamo qui – ha detto don Claudio Marchetti introducendo la Veglia – per lasciarci attrarre dall’amore di Colui che ci chiama a convertirci dall’individualismo arrogante e presuntuoso che spesso ci chiude in noi stessi e ci fa camminare come battitori liberi, ed accogliere la strada faticosa, si, ma affascinante della comunione. La nostra presenza, questa sera, pertanto, vuole rendere visibile il volto della nostra Chiesa diocesana, per dirci e dire al mondo la bellezza e la gioia di camminare insieme».
Il Vescovo durante la sua omelia ha posto l’accento sul vivere da cristiani all’interno della Chiesa, sottolineando che mentre occorre essere riconoscenti a Dio per la sua continua provvidenza e per i molti carismi suscitati nella nostra Chiesa locale, si ha forte la necessità di rispondere alle tante possibilità che possediamo, per non sprecare i doni ricevuti.
Ha affermato Gestori: «Anche nel mondo ecclesiastico si deve prestare attenzione: quando vogliamo seguire progetti individualistici, dettati soprattutto da sentimenti di vanagloria, desiderosi di farci un nome rischiamo di diventare idolatri di noi stessi e la logica conseguenza è quella della divisione tra noi e di essere incapaci di collaborare. I confronti ci intristiscono e ci fanno perdere l’entusiasmo, sentiamo il peso di una stanchezza non solo fisica, restiamo frenati dal pessimismo nell’agire. Perché? Ci stiamo dimenticando dello Spirito che ci è stato donato. In queste condizioni ci crogioliamo nella tentazione di un disfattismo tutto sommato comodo. E viviamo male.
Ma come possiamo venir fuori da questa situazione? Se talvolta possiamo anche gemere e lamentarci per qualche situazione problematica, nostra o della comunità, non devono mai venir meno il senso dell’attesa, la prospettiva del nuovo, la forza meravigliosa della speranza.
Questa virtù va custodita sempre, non solo a parole, con emozioni interiori e con buoni sentimenti, perché c’è una oggettiva certezza: “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, lo Spirito stesso intercede per noi”. Vogliamo vivere da testimoni pieni di Spirito santo nelle nostre Parrocchie, capaci di infondere gioia nelle nostre comunità, pronti sempre a suscitare voglia di amare, disponibili a servire senza farsi pregare.
Innanzitutto, dobbiamo sentirci pellegrini e non vagabondi. Abbiamo un traguardo da raggiungere, non viviamo a caso. La meta è l’incontro con il Signore che ci aspetta e ci indica anche la strada da percorrere: la via è Lui con la sua comunità, la Chiesa, questa Chiesa in cui viviamo, e che accogliamo come maestra e madre».
Il Vescovo ha poi sottolineato come tutti siamo destinati a vivere da testimoni, non di noi stessi o delle nostre idee, non di scelte unilaterali e autoreferenziali. Occorre essere testimoni di Gesù Risorto, semplicemente, e cioè facendo capire con la nostra vita che veramente crediamo in Cristo vivo, presente, che ci ama e ci accompagna Inoltre, le comunità devono testimoniare la bellezza della comunione al proprio interno, tra loro e nella Diocesi, e tutti i sacerdoti devono trasmettere ai fedeli una immagine semplice e concreta di vera concordia nel presbiterio.
«Allora – ha concluso Gestori – siamo chiamati a essere persone che pregano. Sul serio e veramente. E nessuno chieda perché pregare, per lo stesso motivo per cui nessuno chiede perché respirare. Pregare significa respirare. Chi non prega, è persona spiritualmente morta. Necessaria è la preghiera personale, spontanea ma non comunitaria. Necessaria è la preghiera liturgica, comunitaria ma non spontanea. Può essere molto efficace anche la preghiera carismatica, comunitaria e spontanea. Purchè si preghi!»

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