SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ancora un mesetto (qualcosa meno) e la provincia di Ascoli, per la prima volta orfana della neonata Fermo, conoscerà il suo nuovo Presidente. Piero Celani (Popolo della Libertà), Emidio Mandozzi (Partito Democratico) e Massimo Rossi (Rifondazione) sono i candidati più accreditati per la conquista della poltrona di Palazzo San Filippo, mentre Stefano Cannelli de La Destra e l’ultimo arrivato Ignazio Buonopane (Movimento per le Autonomie), appaiono come semplici disturbatori che potrebbero al massimo tornare utili in caso di ballottaggio. Discorso a parte per Amedeo Ciccanti, in quota Udc, che nonostante non concorra per il “titolo”, punta almeno al nobile obiettivo del 10%.
Celani, Mandozzi e Rossi dunque, pronti a sfruttare qualsiasi tematica per prevalere sull’avversario, in una frenetica corsa alla vittoria che finora non sembra conoscere favoriti.
Ma come si sono comportati sino ad oggi i tre politici?
Gli outsider, si sa, godono sempre di un particolare vantaggio. Possono condurre una campagna d’attacco, affondando il dito sui difetti di conduzione dell’amministrazione in sella, proponendo al tempo stesso alternative più o meno utopistiche. Celani non ha quindi faticato nel comporre il suo tracciato, trovando inoltre nella complicata situazione della sinistra del posto una preziosissima alleata. Da non sottovalutare perdipiù il periodo di forte consenso a livello nazionale che il Pdl sta conseguendo. Non è escluso di conseguenza che dopo quindici anni di egemonia con Colonnella e Rossi i piceni decidano di avviare un nuovo corso.
Ma se Celani rappresenta il “nuovo” per i non ascolani (sempre che riescano a slegare la sua figura da quella di ex primo cittadino locale) , lo stesso non si può dire per gli abitanti del capoluogo provinciale. Ascoli è stata il suo “impero” per quasi una decade, fino a quando il 15 marzo scorso, con l’approvazione di una mozione di sfiducia votata anche dalla coalizione di maggioranza, l’ingegnere cinquantottenne è stato costretto a dimettersi. Gli oppositori (e non solo) gli rinfacciano di aver gestito la città come un feudo, «chiusa a riccio rispetto ad ogni tentativo di politica coordinata». Che possa essere proprio la sua roccaforte a voltargli le spalle?
Capitolo Rossi. Il Presidente uscente rischia di pagar cara la “questione Fermo”. L’istituzione della neonata provincia, per molti (se non tutti) giudicata inutile e gravosa, potrebbe aver nuociuto alla sua popolarità. Centrodestra e Pd gli rinfacciano di aver indebolito il piceno, scomponendo il patrimonio tra Ascoli e Fermo in una maniera fin troppo compiacente nei confronti di quest’ultima.
Un uomo solo contro tutti, verrebbe da dire, ma Rossi pare convinto dei propri mezzi. In fondo è consapevole di non poter mentire dinanzi ai cittadini. Cinque anni di “governo” valgono più di mille parole, nel bene e nel male.
Ora toccherà vedere come reagirà l’elettorato, soprattutto quello di sinistra. Seguirà in massa Mandozzi per “ordine di scuderia” o agirà autonomamente, rinnovando la fiducia ad un uomo di forte impatto comunicativo?
Per quel che concerne il Partito Democratico infine, la discussione non può che ricollegarsi, seppur indirettamente, all’ex sindaco di Grottammare.
Il divorzio da Rossi è parso a tutti tragicomico, sia nella tempistica che nelle concrete motivazioni. «Ci siamo accorti di avere visioni differenti e per questo motivo non ci siamo alleati con lui», hanno più volte spiegato gli ex Ds e Margherita. Divisioni reali (secondo loro), riguardanti infrastrutture, lavoro e ambiente, ma che sembrano essere comparse solo da un anno a questa parte. Prima del 2008 infatti, nessuno screzio o dissenso evidente.
C’è stata poi la poco convincente storia delle primarie. Mandozzi ne uscì trionfatore, Rossi non vi aderì. «E’ stato lui a non voler partecipare, a rifiutare il confronto», attaccano ancora oggi dal Pd, ma ci si domanda che senso avrebbe avuto presenziarvi, se tutto il partito aveva già sfiduciato il Presidente. In caso di affermazione di quest’ultimo cosa sarebbe accaduto? Le divergenze tanto conclamate che fine avrebbero fatto?
La sfiducia alla giunta in carica, con un’amministrazione rinnegata dagli stessi che la componevano, non ha pertanto giovato al Pd, che si è ritrovato a dover pilotare un’ambigua propaganda elettorale: guai a rivendicare i successi ottenuti in questo quinquennio e guai, in egual modo, a sputare nel piatto in cui si è mangiato. Ecco allora che Mandozzi può almeno affidarsi alla teoria del “voto utile”, secondo cui una preferenza negata alla sua coalizione equivale ad un assist a Celani. Funzionerà? Chi può dirlo.
Ad esser certa attualmente è solo la resa dei conti che, inevitabilmente, si prospetterà a sinistra in caso di debacle alle prossime provinciali.

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