dal settimanale Riviera Oggi numero 771

(seconda parte, per leggere la prima parte clicca qui)
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il 19 novembre 1942 l’Armata Rossa scatena sulla VI Armata tedesca di Von Paulus a Stalingrado una violentissima controffensiva. Con l’operazione “Urano” i sovietici intendono accerchiare le truppe tedesche nella città attaccando dove le truppe dell’Asse sono più deboli ed equipaggiate in modo blando, ovvero gli italiani, i rumeni e gli ungheresi che tengono le posizioni a nord ovest di Stalingrado sul Don. L’Armata Rossa è perfettamente al corrente che i cannoni anticarro da 37 mm di cui sono fornite le truppe italiane non possono nulla contro le corazze spesse dei T-34. Inoltre la superiorità numerica dei sovietici è indiscutibile e soverchiante: sia per le immense riserve umane, sia grazie all’afflusso di truppe fresche siberiane. L’alba del 19 novembre porta su tutto il fronte del Don terrore e morte: oltre 3000 pezzi di artiglieria preparano l’attacco russo, martellando per ore le sparute posizioni in un deserto di ghiaccio, tra venti glaciali e una temperatura che oscilla sui meno 30 gradi. La maggioranza dei rumeni, situati a sud degli italiani, presi dal panico abbandonano le posizioni: i carri sovietici si incuneano nel fronte che si apre a dismisura, sia nel settore rumeno che in quello ungherese. A nord gli italiani, gli alpini e la fanteria, resistono disperatamente. E’ un’ecatombe. Consolidate le posizioni, i sovietici accerchiano gli italiani e a metà dicembre iniziano l’attacco finale sul fronte del Don, contro le nostre divisioni.
Gli spazi nella steppa sono sconfinati, le comunicazioni saltate, spesso i reparti sono lontani centinaia di km l’uno dall’altro. Proprio in questa fase i ricordi di Alceo Latini sono estremamente nitidi, proprio quando l’attacco russo investì il suo reggimento.
«Stavamo dietro le divisioni di fanteria, la Ravenna, la Pasubio, la Torino», ci racconta oggi. «La mia fortuna fu che mi trovavo in un reparto di retrovia e quindi non dovetti affrontare l’urto dell’assalto russo. Era il 22-23 dicembre: tirava un vento sferzante, gelido, ti tagliava la pelle. Tutti i cavalli erano morti, non solo per il freddo intenso, indescrivibile, ma anche perché era impossibile trovare nutrimento per loro. Però da alcuni giorni eravamo inquietati: in lontananza sentivamo esplosioni di artiglieria e non sapevamo nulla, almeno noi soldati semplici, di quello che succedeva. L’attacco era già avvenuto: ce ne rendemmo conto quando la fanteria, che era stata decimata e che si stava ritirando, raggiunse le nostre posizioni. Immediatamente venne emanato l’ordine di ripiegare, mentre si diffondeva la paura. In poche ore dovevamo prepararci alla ritirata in un mare di ghiaccio: pochissimi erano i mezzi a disposizione, perché non c’era il carburante, requisito dai tedeschi».
Continua Alceo Latini: «Furono momenti tragici, anche se ammetto di essere stato fortunato, soprattutto considerando ciò che vidi durante la ritirata. A un certo momento, tra chi si disperdeva, chi fuggiva, chi aiutava i compagni, sentimmo uno sferragliare, un rombo, che scuoteva la terra. Ai lati del nostro accampamento, c’erano boschi sferzati dalla tormenta. Li vidi fuoriuscire proprio da qui, a qualche centinaio di metri da me: due carri armati russi, giganteschi, i T-34. E lì ci fu veramente il panico, anche se non fecero fuoco col cannone, ma ci mitragliavano a distanza. Non avevamo nessun mezzo per reagire. Poi la fuga: eravamo animati da una volontà forte di sopravvivere e soprattutto dalla volontà di non essere presi prigionieri. Nel trambusto di quei momenti, io e altri compagni ci aggrappammo a una grande slitta piena di soldati, guidata da un tedesco. Cercavamo di sfuggire all’accerchiamento russo. Un fiume di uomini verso Kantemirowka, una città situata dietro le retrovie. Fu una ritirata lunga, estenuante».
«Lungo il percorso scene di morte che mai potrò dimenticare: cadaveri congelati, straziati dall’artiglieria russa che ci incalzava, feriti che si lamentavano. Chi era più debole e crollava nella neve era finito. Un mio commilitone di San Severino morì così, dopo che la cancrena gli aveva divorato la gamba. La strada dal Don a Kantemirowka fu un percorso di morte. Ci nutrivamo della carne dei cavalli congelati che trovavamo. La grande fortuna poteva essere incontrare un mezzo di fortuna, per non marciare a piedi, in questa lunghissima e interminabile colonna di soldati: dopo la slitta, trovammo un camion adibito alle riparazioni, poi una kubelwagen tedesca, in pratica una jeep. I sottufficiali tedeschi ci minacciarono con le armi in pugno, ma vedendo le nostre condizioni acconsentirono a trasportarci per qualche kilometro nella steppa. Ripeto che mi ritengo fortunato, sia perché non mi trovai mai in situazioni pericolose sia perché avevo una volontà determinata di sopravvivere. La notte si passava all’aperto o in qualche misero villaggio che incontravamo durante il percorso».

«Dopo circa 10-15 giorni di marcia nella neve giungemmo a Kantemirowka, dove si erano trincerate delle consistenti unità tedesche, anche loro in ritirata: lì mangiai il primo pasto caldo, una minestra di miglio e gallette. Così finì quella drammatica esperienza, che fu ancora peggiore, non tanto per me che ritornai a casa, ma per quelli che furono presi prigionieri e per quelli che morirono per la guerra e per gli stenti del gelo intensissimo e della fame».
Latini prosegue il suo drammatico racconto: «Dopo la sosta a Kantemirowka, la divisione e i reggimenti si riorganizzarono e il ripiegamento divenne più sistematico, essendo rientrati nelle linee tedesche: le tappe, da gennaio al marzo 1943 furono Stalino, e poi in Bielorussia, a Minsk e Gomel».
Tra i vari ricordi, Alceo rammenta il passaggio di un treno carico di soldati delle Waffen SS, che cantavano canti di guerra e offrirono ai soldati italiani, che ritornavano in patria, sigarette e cioccolata, e gli italiani ricambiarono con razioni di carne. Probabilmente si trattava degli uomini di tre SS Panzerdivision inviate a Karkhov, nel febbraio del 1943, per fermare l’avanzata russa subito la disfatta di Stalingrado.

Ma il racconto non finisce qui: «Nella primavera del ‘43 tornai in Italia, e non immaginavo come sarebbe stato improvviso il mio ritorno a casa. Il reggimento in cui prestavo servizio venne stanziato a Monza. Nel caos dell’8 settembre ‘43, gli ufficiali imbarazzati ci informarono dell’accaduto e che potevamo fare ciò che volevamo. Nello sbando totale dell’esercito in quei giorni io e i miei compagni fuggimmo nelle campagne. Tra Como e Milano moltissime furono le famiglie, nelle case di campagna, che ci ospitarono. Dopo qualche giorno, in modo cauto ci avvicinammo alla stazione di San Giuliano, vicino Milano. Temevano che la stazione fosse presieduta dai tedeschi…invece la sorpresa fu straordinaria quando ci accorgemmo che la stazione era affollata di italiani, che come noi volevano raggiungere le famiglie. Da lì il treno ci portò a Bologna. Poi, finalmente, l’atteso ritorno a San Benedetto».
Alceo Latini è stato insignito, per la sua partecipazione all’Armir sul Don, della croce di guerra al valor militare. Abbiamo raccolto alcune delle sue memorie per ricordare una pagina di storia e per non dimenticare la tragedia vissuta da coloro che non fecero più ritorno.

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