dal settimanale Riviera Oggi numero 772
GROTTAMMARE – L’Emi Engineering è uno studio di ingegneri specializzati nella progettazione di impianti elettrici, di condizionamento e di riscaldamento. Lavora nel campo degli edifici residenziali, degli hotel, degli edifici commerciali e industriali. Ha svolto e svolge progettazione anche per importanti strutture in Italia e all’estero (Qatar, Algeria). Lo studio in sé è composto da otto professionisti, ma nell’intero gruppo «lavorano 200 addetti», ci dice il manager Emidio Capretta.

La bolla speculativa che dagli Usa ha fatto partire l’ecatombe finanziaria è partita proprio dal ”mattone”. Ne avete risentito, ingegner Capretta?
«La crisi nel settore dell’edilizia c’è, eccome. Per via del crash delle banche negli Usa molte commesse di progettazione che avevamo a Mosca o a Dubai sono state congelate, sono in stand by. In Italia da questo punto di vista la crisi bancaria ha avuto un’intensità minore, nella penisola continuiamo a lavorare».
In quale settore dell’edilizia avete avuto un rallentamento della richiesta?
«Indubbiamente nel settore dell’edilizia industriale. Le fabbriche chiudono, va da sé che non abbiamo quasi più richiesta per l’impiantistica nei capannoni industriali. Nel campo delle strutture turistiche il lavoro c’è ancora. Le case si vendono un po’ meno, ma i problemi sono maggiori per i costruttori. Il settore degli impianti fotovoltaici tira ancora, per via delle agevolazioni fiscali, ma non è il nostro mercato specifico».
Che previsioni ha? Si fa bene ad essere ottimisti oppure no?
«Guardi, la generazione di noi quarantenni con il problema delle crisi periodiche ci è nata. Nel ’92 ci fu lo shock di Tangentopoli, nel 2001 il mondo visse l’incubo post-Undici Settembre. Siamo ottimisti, perciò ne usciremo».
Promozione, innovazione tecnologica, taglio dei costi. Che strade propone per uscirne?
«Per vincere occorre lavorare di più e lavorare meglio. Puntare sulla qualità, perché se puntiamo sull’abbassamento dei costi si soffre, è inevitabile. La crisi penalizza più le scarpe Made in China che le scarpe di qualità, per farle un esempio. Il Made in Italy tiene, se lo intendiamo come tecnologia e avanguardia».

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