Gli asili pubblici sono pochi e sono inaccessibili per molti, quelli privati sono costosissimi per gli attuali stipendi per cui, allevare un figlio diventa un problema e quindi rinunciano ad averlo o rinviano all’infinito la questione.
La nostra società sta invecchiando non solo per motivi demografici ma anche perché nei settori chiave del lavoro e professioni, della cultura, della politica e dell’economia, i giovani trovano sempre spazi più angusti: il ricambio generazionale va molto a rilento e le vecchie generazioni non hanno nessuna intenzione di mollare.
I giovani fra i 25 e i 35 anni sono quasi un quinto della popolazione, eppure nella realtà italiana hanno pochissimo peso, incidono poco nelle scelte.
Si immettono nel mercato del lavoro con scarsi risultati o solo con piccole opportunità; si scoraggiano e rinunciano a cercare nuovi lavori, prolungando la permanenza in famiglia per mancanza di indipendenza economica.
In politica, quelli che siedono in parlamento sono meno del 10%; anche dal territorio, dove ci si aspetterebbe una maggiore partecipazione alla vita politica, le cose vanno male: la presenza dei giovani consiglieri, assessori e presidenti è diminuita negli ultimi quindici anni..
Nelle Università i giovani di ruolo e in carriera sono pochi; esiste sempre quel sistema di cooptazione poco meritocratica, poco trasparente nei concorsi e con un precariato con poche prospettive ( la metà dei docenti ha più di 60 anni, quasi 1 su 10 più di 70 ) e quei pochi che ci sono, ricoprono le qualifiche più basse nella gerarchia accademica..
Nelle professioni ( giornalisti, medici, avvocati, notai ecc…), i giovani sono costretti ad un percorso ad ostacoli fatto di lavoro non riconosciuto, stage, tirocini gratuiti, estremo precariato o sotto-occupazione e raccolgono i risultati presumibilmente dopo i 40 anni.
Giovani giornalisti che fanno la fila per fare praticantato, medici ( con meno di 35 anni ) che negli ultimi dieci anni sono dimezzati, avvocati che fanno gli impiegati di segreteria e con un precariato che dura per molti anni, notai con il numero chiuso e la possibilità di lavorare fino a 75 anni, sono segnali di un’Italia che non cambia e che da poco spazio ai giovani.
Per non parlare poi delle giovani donne/madri che vedono i loro problemi moltiplicarsi: una donna su cinque, quando diventa madre, lascia il lavoro o viene licenziata per mancanza di strutture adeguate perché non riesce a conciliare il lavoro con la famiglia e questo colloca l’Italia all’ultimo posto nella classifica Eurostat delle donne che lavorano.
Gli asili nido sono una “merce rara” e, in alcuni paesi del sud, latitano o proprio non ci sono.
E mentre nel resto d’Europa e del mondo occidentale le donne inserite bene nel mercato del lavoro fanno più figli ( indice di benessere e meno preoccupazione economica), in Italia succede l’esatto contrario.
Situazione analoga per gli anziani che, per la loro assistenza domiciliare, devono rivolgersi al mercato delle badanti, fenomeno quasi tipico italiano e sconosciuto in altri paesi europei dove è lo stato che si occupa di questi problemi sociali.
E possono considerarsi fortunati quegli anziani che possono permettersi questo tipo di assistenza perché la maggior parte di loro vive con bassissime pensioni e, non avendo più l’età e soprattutto la forza per reagire, guardano il loro futuro con grande incertezza, preoccupazione e disagi mentali
E lo stato può incidere poco in questo meccanismo se non si fanno le tanto attese riforme strutturali, se non si redistribuiscono i costi e i ricavi, se non si riequilibra il sistema fiscale per primo.
Queste risorse sono necessarie per affrontare i costi sociali della crisi e sostenere i propri sistemi di welfare che faranno del nostro paese, un paese evoluto

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