Da Riviera Oggi n.773

 

MARTINSICURO – «Capitava spesso che qualche vicino, venuto per qualche ragione a casa, si mettesse a raccontare fatti e avventure di streghe, di fantasmi o di fatture. Rimanevo fortemente colpito e ascoltavo con attenzione: si entrava all’improvviso in un mondo misterioso, pauroso, attraente. Il vicino raccomandava a tutti di incrociare le gambe e si assicurava che non fosse né martedì né venerdì. Di norma era sempre uno il quale assicurava che di notte, ad un certo incrocio, appariva qualcosa». Con queste parole Concetto Benizi introduce il lettore al volume “Gente delle campagne della Val Vibrata”, un’opera frutto di un meticoloso lavoro di documentazione e raccolta di testimonianze che ricostruiscono il mondo contadino vibratiano nell’era preindustriale.

Benizi, impiegato presso il Comune di Colonnella ed ora in pensione, racconta la vita quotidiana attraverso abitudini e rituali che condizionavano l’esistenza di ogni individuo: la nascita, il matrimonio, le festività, il lavoro nei campi, le malattie, la morte: ogni avvenimento era intrecciato con credenze e superstizioni a cui bisognava attenersi scrupolosamente per evitare di sconvolgere l’equilibrio mistico-religioso nel quale si era immersi e da cui dipendeva la propria sorte.

«Mi piace definire il libro come “un museo da visitare” – spiega l’autore – poiché in esso sono racchiuse testimonianze e simbologie che non possono essere analizzate e spiegate alla luce della ragione, o con la moderna mentalità logico-matematica (che porterebbe ad un loro annientamento) ma devono essere prese per ciò che sono, ossia fenomeni appartenuti ad una data epoca e dunque in quanto tali accettati per quello che rappresentano, proprio come gli oggetti presenti in un museo».

La genesi dell’opera è stata piuttosto lunga: Benizi ha iniziato infatti a raccogliere testimonianze e documentazioni nel corso di un trentennio, poiché da sempre affascinato dalle credenze e dai racconti che fin da bambino aveva sentito tramandare dalla gente del posto, e per i quali ha voluto riscoprire le origini. Leggendo il libro si possono ritrovare molti dei racconti che ognuno di noi ha potuto sentire dai propri nonni o dei parenti più anziani che hanno vissuto la giovinezza in un’epoca in cui progresso e tecnologia non erano ancora approdati, e in cui il racconto e la tradizione orale erano i cardini su cui ruotava e si reggeva l’intera cultura contadina.

«Nessun rituale praticato nel mondo rurale era campato in aria – prosegue – ma aveva anzi radici antiche, risalendo addirittura in molti casi ad usanze e simbologie medievali presenti in vasta scala nella cultura europea».

Nel minuzioso racconto che l’autore offre della vita contadina in tutti i suoi molteplici risvolti, non mancano infatti puntuali confronti, attraverso una serie di note, con testi di cultura e tradizioni medievali nei quali si ritrovano gli stessi rituali e le medesime analogie, come ad esempio la trasformazione della donna in strega e dell’uomo in lupo mannaro, la lotta alle forze del male attraverso amuleti e formule magiche (si pensi alle fatture, ai sortilegi o all’invidia, che venivano lanciati ad una persona provocando dei disagi fisici e che si debellavano attraverso rituali particolari), per arrivare ai simboli (come ad esempio il segno della croce) e alle preghiere religiose  per assicurarsi prosperità, fortuna e protezione nella vita quotidiana e nella produzione dei raccolti.

Il mondo contadino della Val Vibrata era immerso in una dimensione in cui magico e sacro si fondevano e si confondevano spesso tra loro, considerati unico strumento e rimedio ai disagi quotidiani di una vita difficile: in un’epoca infatti in cui il mondo scientifico non aveva le cure appropriate per alleviare i dolori o guarire molti mali che affliggevano i nostri nonni, si cercava sollievo alle sofferenze fisiche e psicologiche (altrimenti non curabili) nelle forze misteriose della natura.

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