dal settimanale Riviera Oggi numero 772
CUPRA MARITTIMA – L’attività continua e appassionata e lo studio attento e rigoroso di un latinista e filologo di fama come Rolando Perazzoli, uomo di lettere e di cultura del Piceno, hanno riportato alla luce la vita e le opere di un poeta e letterato cuprense d’eccezione, Giovanni Battista Evangelisti, vissuto nel XVI secolo, che scrisse sia in latino sia in italiano. Nato a Marano, il borgo antico di Cupra, nel 1533 e morto a Venezia nel 1593, Giovanni Battista Evangelisti è autore di ben cinque volumi in latino ed uno in lingua italiana. L’opera “Giovanni Battista Evangelisti: poeta latino del Cinquecento” è stata presentata al pubblico sabato 28 marzo al cinema Margherita di Cupra Marittima.
Un testo unico, fondamentale, per la novità dell’argomento trattato, che ha visto la collaborazione attiva, nella ricerca delle fonti e nel lavoro filologico, dell’Archeoclub cuprense e in primis di Vermiglio Ricci. Non a caso la presentazione è stata orchestrata dal direttore dell’Archeoclub Ricci e dall’autore Perazzoli: entrambi hanno delineato, basandosi sui documenti, la figura dello scrittore cuprense, nel suo percorso di vita, nei suoi studi, nel suo amore per la cultura classica e umanistica, nella sua professione di educatore e pedagogista. Giovanni Battista Evangelisti nasce nell’antico borgo di Marano, nel 1533, da una famiglia modesta. Perazzoli nella prefazione indica in modo conciso e chiaro quali saranno le peculiarità di quest’uomo: “costretto come fu a vivere, povero e umile, in tempi difficili, tra potenti e prepotenti, non rinunciò mai alla dignità e dirittura morale che caratterizzarono tutta la sua vita e il suo nobile magistero”.
Caratteristiche che accompagnarono per tutta la vita il poeta cuprense, pienamente inserito nel fermento culturale del tardo Rinascimento italiano. Dopo aver studiato a Fermo, appena adolescente giunge a Roma a seguito del cardinale fermano Niccolò Gaddi; qui conosce un conterraneo, il civitanovese Annibal Caro che lo introduce agli studi classici. Terminati gli studi e richiamato dalla madre, ritorna a Marano dove esercita la professione di maestro, aprendo una scuola primaria. Vocazione e professione, quella del maestro, che lo caratterizza eminentemente. Infatti viene convocato dalla nobildonna napoletana Faustina Colonna, che intende averlo come autorevole precettore per i suoi figli. Qui inizia il suo periodo di permanenza a Napoli, proficuo e vantaggioso per i suoi studi e i suoi intenti professionali. Dopo la morte della madre, ritorna al borgo maranese per essere vicino al fratello orfano. In seguito viene nominato come professore di lettere classiche ad Ancona, dove insegnerà per un decennio. Proprio ad Ancona conoscerà Pellegrina, donna che diverrà sua sposa.
Nel periodo anconetano Giovanni Battista Evangelisti scrisse varie poesie e nel 1577 pubblica “l’Apologia”, opera in cui difende il suo magistero dalle invidie e dalle critiche feroci indirizzate nei suoi confronti. Il nostro poeta era invidiato per la sua cultura classica al di fuori del comune e criticato per i suoi metodi umani e comprensivi con gli alunni, in un’epoca in cui a scuola era preferito un professore rigido e autoritario piuttosto che uno sapiente e propenso all’ascolto. Successivamente, insegna a Senigallia e il suo successo viene coronato nel 1586 quando venne chiamato all’insegnamento delle lettere classiche al Ginnasio di Fermo, rifondato dal neoletto papa Sisto V. In questa occasione importante Giovanni Battista Evangelisti compone un’orazione celebrativa in onore del pontefice nativo di Grottammare.
Il periodo fermano fu eccellente per il letterato cuprense, il quale collaborò anche nella stesura degli Statuti Comunali. Continua nel frattempo la sua attività di poeta, scrittore e filologo umanista. Nel 1593, ormai sessantenne, si reca a Venezia per stampare le ultime sue opere. Un viaggio che però gli fu fatale: durante il tragitto fu colto da una grave malattia improvvisa e morì. All’epoca, in cui la scienza medica non era ancora evoluta, una bronchite, una febbre o un’indigestione potevano essere letali.

Il suo discepolo anconetano Pietro Cresci, che lo assistette durante l’agonia, tre anni dopo la sua morte pubblicò le “Orationes” e i “Discorsi Grammaticali”, ultime opere dell’Evangelisti. Oltre a queste, il poeta maranese ha raccolto i suoi versi latini sotto il titolo di “Lusus” (parola derivante dal latino ludo, ovvero gioco), un termine che indica leggerezza, divertimento, passionalità. Sono molti i componimenti che manifestano il suo animo fortemente lirico; numerose le poesie dai toni sensuali, ispirati dagli amori e dalla bellezza femminile. Un lirismo forte, non privo di tristezze e grandi amarezze, come nel caso dei versi scritti per ricordare la morte della figlia Francesca, morta dopo nemmeno un anno di vita. Alcuni dei versi più evocativi sono stati splendidamente interpretati dal maestro di teatro Piergiorgio Cinì. Un poeta latino del tardo Rinascimento, senza dubbio un illustre cuprense, per molto tempo dimenticato e ora riscoperto dalla passione e dallo studio di Rolando Perazzoli.

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