dal settimanale Riviera Oggi numero 768
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il Centro Agroalimentare di San Benedetto, se non si è un grossista di prodotti alimentari, o se non si lavora in un ufficio nella sezione dedicata al terziario, non è che il cittadino medio lo conosca granchè.
Nonostante sorga in una struttura molto ampia, in una posizione logistica invidiabile, fra lo svincolo dell’autostrada e la ferrovia Ascoli-San Benedetto, non è che la sua presenza nel tessuto socio-economico cittadino sia così sentita.
Potrebbe dare molto più lavoro, per le dimensioni e il potenziale che ha.
Invece, soprattutto nel settore dei grossisti di ortofrutta, langue come una auto fuoriserie che viene tenuta in garage.
Lungi dall’essere un vivace luogo d’incontro fra produttori agricoli, grossisti e venditori al dettaglio, molti stand della parte dedicata all’ortofrutta sono vuoti.
Ci rechiamo al Centro di mattina e incontriamo Corrado Di Silverio, un operatore del settore. Circa un anno fa il giovane grossista si fece promotore di un comitato, il Caip, Comitato per lo sviluppo dell’agro-ittico Piceno.
Sostiene che ben poco delle linee di sviluppo suggerite a suo tempo dal comitato sia stato considerato dalle autorità istituzionali e dalla amministrazione del Centro.
«Qui potrebbero lavorare 200 persone, invece siamo in venti. Ci sono nove aziende su 30 spazi espositivi disponibili», esordisce. «Parlare di struttura sottoutilizzata mi sembra ovvio».
Cos’è che potrebbe essere fatto ma non viene sviluppato? Il Caip ha proposto di rafforzare l’immagine del Centro Agroalimentare e della qualità dei prodotti e dei servizi da esso offerti, puntando sulla creazione di campagne promozionali dedicate ai prodotti e alle aziende del territorio, sull’organizzazione di eventi fieristici e di attività formative per creare figure professionali qualificate.

Un’immagine forte, tramite un marketing efficace sulla qualità dei prodotti della nostra agricoltura, nel luogo che meglio di ogni altro può essere lo snodo fra produzione e commercializzazione. Marchio d’area, tracciabilità, direzione di mercato (già, questa figura, secondo il regolamento interno, doveva essere individuata dopo 90 giorni dall’apertura avvenuta nel 1997) e controllo della qualità: su questi concetti non si lavora abbastanza, anche perché negli ultimi anni, con risultati peraltro meritori, il consiglio di amministrazione ha dovuto adoperarsi più che altro per ripianare gli ingenti debiti. Questo del resto è stato il mandato impartito loro dai rappresentanti politici che li ha nominati, dagli enti pubblici che sono i proprietari della struttura.
Sembra che molti commercianti del nostro comprensorio preferiscano dirigersi a Pescara per i loro acquisti; stessa cosa, stando alle informazioni che raccogliamo, vale anche per gli operatori del settore agroalimentare di Ancona. Paradossale, no?
Da parte degli operatori del settore ortofrutta, che detengono piccole quote del capitale sociale, è venuto anche l’invito a sviluppare l’utilizzo di energie rinnovabili.
«Spazio ce n’è a volontà, perché non installare pannelli solari? E inoltre, perché non usare gli spazi sui tetti per i pannelli pubblicitari? Siamo vicini all’autostrada, avrebbero tariffe molto alte», suggerisce Di Silverio.

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