SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Vederli da vicino, guardarli negli occhi, sentire le loro voci e i loro racconti in prima persona fa un effetto particolare. Finora li abbiamo visti in televisione e su internet. Ora, e ne andiamo fieri, la nostra città ne ospita a centinaia. In Comune ne avviciniamo qualcuno.

Con dignità, alcuni degli sfollati aquilani rispondono alle nostre domande, al nostro interloquire con loro che, oltre che interesse cronachistico, risponde anche ad un umano bisogno di dimostrare la nostra empatia.
Dino De Angelis è il portavoce del gruppo. Fino a due giorni fa, la sua famiglia poteva dirsi non toccata dalla tragedia della morte. Poi, tramite i mezzi di informazione, è venuto a conoscenza della morte di una sua cugina di 27 anni. Il suo palazzo è imploso, lei è rimasta sotto le macerie mentre il padre è stato sbalzato fuori assieme alla cascata di detriti. Ferito e traumatizzato, ha avuto la forza di essere il primo a scavare sotto il mostro di cemento, invano.
«La mia casa ha retto, il cemento armato ha fatto il suo dovere – ci dice il signor Dino – sapete, le strutture fatte come si deve possono anche lesionarsi, ma non devono crollare. Così invece non è stato per i palazzi costruiti negli anni ’60 e ’70».
L’azienda in cui lavora assieme al consigliere comunale sambenedettese Silvano Evangelisti (già, esistono pendolari tra le due città, è un altro segno della loro vicinanza) si chiama Compel e produce centraline telefoniche e apparecchiature di telecomunicazione. Costruita come Dio comanda, dice Dino, al suo interno non sono neanche cadute le penne dalle scrivanie. Espletate le verifiche statiche, martedì riaprirà. Chi può, a L’Aquila, anela a tornare alla normalità. «San Benedetto ci ospita e la ringraziamo immensamente, ma noi vogliamo tornare a camminare sulle nostre gambe». Martedì dunque sarà un bel segno di “ritorno al futuro”.
«Se è possibile trarre un insegnamento da questa tragedia, è che i terremoti non vanno sottostimati, mai. Lo sciame sismico dei giorni precedenti in un certo senso ci aveva assuefatti. Dopo la scossa delle 23 di domenica, ci siamo messi all’erta. Un’ora di Tv, poi siamo andati a letto. E invece avremmo dovuto scendere in strada, tutti».
Fra il pubblico che assiste al discorso di benvenuto del sindaco Gaspari, incontriamo un’anziana, la signora Maria Nunziata Contasti, assieme alla sua badante rumena, la signora Giorgia. Sono a San Benedetto assieme ad una figlia, che ci racconta: «Mia madre e la badante abitano nel centro storico, fra San Pietro e San Silvestro. La notte di lunedì mio fratello e la badante hanno tirato fuori dalle loro case mia madre e tutti gli anziani del palazzo. Nei primi giorni nella tendopoli l’unico contatto con il mondo è stato il cellulare di Giorgia. Lei è riuscito a prenderlo nel trambusto, mentre noi dalla nostra casa in periferia siamo riusciti a uscire solo in pigiama e ciabatte. E pensare che la nostra badante sarebbe dovuta ripartire per una vacanza in Romania da sua figlia».
Il racconto dei giorni precedenti al grande sisma ci inquieta: «Da almeno una settimana le scosse erano forti, eccome. Alcuni uffici pubblici il lunedì precedente vennero chiusi per precauzione. Ma ci dicevano di stare tranquilli. E dopo la scossa delle 23, quella immediatamente prima della grande scossa, ancora pensavamo in qualche modo che non dovevamo impaurirci».

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