MARTINSICURO – Arrivano in gruppi o alla spicciolata, in quaranta cinquanta con i pullman, in quattro o cinque con le auto, per la maggior parte famiglie che si lasciano alle spalle macerie e rovine e come solo bagaglio la certezza e la consolazione di avere avuto salva la vita. E’ difficile stabilire il numero esatto degli sfollati dell’Aquila che a Martinsicuro stanno in questi giorni riempiendo le strutture alberghiere: al momento nell’ordine di qualche centinaio, dato che ogni giorno i dati sono in continuo aggiornamento.

Giovani e meno giovani, famiglie, anziani, bambini piccoli, tutti accomunati da quella maledetta scossa di terremoto che nella notte tra domenica e lunedì 6 aprile alle ore 3,32 ha distrutto L’Aquila e i paesi limitrofi, con migliaia di abitazioni sbriciolate come fossero di gesso.

«Porto ancora le stesse ciabatte con cui sono scappata quella notte – racconta Francesca Raffaelli, 80 anni, arrivata da poco al Park Hotel con l’intera famiglia -. Qualche vestito lo abbiamo recuperato grazie alle donazioni, ma non abbiamo nient’altro: né soldi né documenti, che abbiamo lasciato nelle nostre case all’Aquila».

Nel momento della catastrofe la signora Raffaelli dormiva sola in casa: ha provato a fuggire ma la porta era bloccata. E’ stato un ragazzo che scendendo le scale del palazzo l’ha sentita urlare e ha buttato giù la porta permettendole di uscire. «Ma poi – prosegue la signora – ha fatto lo stesso per altri appartamenti dei piani: invece di pensare a scappare ha aperto a furia di spallate diverse porte per far uscire le persone intrappolate». Uno dei tanti gesti di silenzioso eroismo che hanno caratterizzato l’immane tragedia di cui è stato vittima il popolo aquilano.

Il figlio della signora, con la moglie e i figli abitavano in un’altra casa poco distante, ma quella notte avevano deciso di trascorrerla in macchina a causa delle continue scosse che si ripetevano: «E’ per questo che ci siamo salvati – dice Emilia Scuderi visibilmente commossa -. Quando è arrivata la scossa forte pensavamo di morire. La casa è andata distrutta e abbiamo perso tutto, ma almeno siamo vivi». Mentre parliamo arriva una ragazza dell’hotel con una scatola di camice da uomo: «Se ne avete bisogno potete prenderle». La signora controlla che ci sia una taglia giusta per il marito e ne estrae un paio: «Grazie, così abbiamo qualche cambio».

Anche Katia Tonati, 35 anni, è arrivata dall’Aquila con la sua famiglia: il marito e due bimbi piccoli, uno di quattro anni e un’altra di soli 6 mesi. «Quella notte è stato l’inferno – racconta – all’improvviso tutto ha cominciato a tremare violentemente, in casa si sono aperte le ante degli armadi e gli sportelli della cucina, volavano fuori oggetti, piatti, vestiti, e crollavano calcinacci. Abbiamo avvolto con un paio di coperte i bambini e siamo fuggiti fuori, anche se all’esterno piovevano i vetri delle finestre della chiesa di fronte che stava crollando e molte abitazioni stavano venendo giù. Anche noi abbiamo perso tutto: avevamo un bar in città che non c’è più e la casa è fortemente lesionata. Ma almeno siamo tutti vivi». Katia guarda la sua bimba con le lacrime agli occhi: «L’accoglienza qui è stata fantastica: mi hanno dato vestiti per i bimbi, una carrozzina per la piccola, e stamattina una signora mi ha persino regalato 200 euro per comprare le cose necessarie che mancano per loro. Noi abbiamo lasciato tutti i documenti in casa e non abbiamo quindi nemmeno la possibilità di ritirare i soldi col bancomat».

Katia loda il posto dove alloggia, che «non si aspettava così bello, pure troppo», i Servizi Sociali che si sono mostrati subito efficienti nell’accogliere le loro esigenze, ma mostra una vena di risentimento nei confronti di qualche altro sfollato che come loro risiede nell’albergo: «Anche nelle disgrazie ci sono quelli privilegiati che ne approfittano: ci sono persone qui della “L’Aquila-bene” che conosco e che hanno degli appartamenti al mare tra Villa Rosa e Alba Adriatica: sono venuti con il macchinone e invece di andare nelle loro case estive preferiscono occupare una stanza d’albergo sottraendola a qualcun altro che ne ha bisogno. Non è giusto. Anche all’Aquila c’erano persone o coppie senza figli che hanno avuto la precedenza per il posto in tenda e noi con due bimbi piccoli dormivamo in macchina. Per questo abbiamo deciso di chiedere se c’era un posto in hotel ma tanta altra gente laggiù ancora è in auto perché le tende al momento non bastano per tutti».

«Ci siamo potuti lavare e cambiare – conclude – solo una volta arrivati qui, dopo tre giorni dal terremoto: fare una doccia, lavarsi i denti e cambiarsi d’abito sono cose normali a cui non facciamo mai caso, ma ti accorgi quanto possono essere speciali e quasi un privilegio solo in situazioni come questa».

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