dal settimanale Riviera Oggi numero 767
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Non il solito libro. Un docente dell’istituto Alberghiero con il pallino della scrittura romanzata che farà parlare di sé. Il professor Francesco Tranquilli e il suo primo romanzo “Blackout” (in uscita per Arduino Sacco editore) sono una sorpresa continua. Lo è leggere la sua fatica letteraria, lo è incontrarlo e parlarci al tavolino di un bar, in una intervista che diventa subito interessante chiacchierata.
Non vi toglieremo il gusto di leggerlo, questo “giallo dell’Alberghiero”. L’Ipssar “Filippo Buscemi” è lui, la San Benedetto degli anni ‘2000 è proprio lei. La fantasia letteraria la trasfigura in una città che suo malgrado affronta un proprio lato oscuro e indicibile, durante delle calde vacanze natalizie.

Professor Tranquilli, perché “Blackout”?
«Potrei rispondere dicendo che i black out, le improvvise mancanze di corrente elettrica, sono eventi narrativi importanti nel romanzo. Momenti in cui accadono scene madri e scene di contorno, al buio, appunto. Ma non è solo questo. Il black out è soprattutto un momento mentale. Il momento in cui si commette un delitto, si spegne la luce del cervello, prima di cancellarne le tracce».
Ci parli della genesi del libro.
«Questo mio primo romanzo è nato all’alba. In nove mesi, da settembre 2007 al giugno 2008, ci ho lavorato dalle 4 e mezza di mattino in poi, prima di andare a scuola. Con due figli piccoli quelli sono gli unici attimi di silenzio in casa mia. Ho lavorato in modo canonico. Ho preparato prima le schede dei singoli personaggi e lo scheletro della trama. Ho deciso chi uccide chi, e perché. Poi è accaduto qualcosa».
Vuole aggiungere ulteriore suspence ai suoi futuri lettori?
«No, parlo di metodo. Dopo una decina di pagine, accade che i personaggi bussano alla porta della tua fantasia, ti chiedono spazio. Prendiamo ad esempio il carabiniere Ganguzza. L’ho dapprima pensato come comprimario, una figura di alleggerimento, un omaggio al Catarella di Andrea Camilleri. Poi invece mi ha chiesto più spessore, personalità. Oppure la professoressa Bellomo, che all’inizio non avevo neanche previsto e invece poi acquista importanza introducendo una sottotrama “rosa” nel noir. Insomma, ho scoperto che scrivere un romanzo ed intrecciare i personaggi sulla scacchiera della narrazione è estremamente eccitante e divertente. Fino a un certo punto puoi portarli dove vuoi, ma poi sono loro stessi a farti resistenza, a prendere iniziativa. Quando accade, vuol dire che il personaggio diventa credibile».
Freghiamocene della banalità della domanda e facciamola. Quanto c’è di autobiografico nel libro? Quante citazioni dell’esistente, della vostra realtà scolastica?
«In effetti c’è dell’autobiografismo ma è per così dire disseminato fra i personaggi. Io insegno francese, il professor Parigi del libro insegna francese e abita in una casa sul modello della mia casa prima del matrimonio. I miei alunni mi raccontano i loro problemi personali, ma a differenza di Parigi sono riservato e non li invito a casa mia. Tracce di realtà sono un po’ in tutti i personaggi maschili, tranne che nell’appuntato Curto».

Professore, il suo libro è avvincente e scritto in maniera godibilissima. Ogni pagina è viva, i dialoghi sono preponderanti e una gradevole ironia di fondo, nonostante il tema affrontato, dà un’aria teatrale a molte scene.
«Ha colto nel segno. Ho cominciato a scrivere come autore di teatro, continuo a scrivere ciò che mi piacerebbe leggere. Ritengo che se ti viene voglia di leggere ad alta voce dei dialoghi, vuol dire che hai la prova del nove sulla loro qualità. Non amo troppo le scene descrittive. Le racconto un aneddoto. Ho avuto un prezioso consulente, il mio amico maresciallo dei Carabinieri Domenico Princigalli. Dopo aver letto la prima stesura, mi ha detto: “Francesco, la scena del delitto così non va. Non la descrivi abbastanza, ci vogliono più particolari”. Me l’ha fatta riscrivere e al secondo tentativo finalmente mi ha potuto dire che la vedeva ben raffigurata nella sua mente, verosimile. Questo mio amore per i dialoghi può però essere anche controproducente. Pensi che la Fazi editore mi ha rifiutato il secondo romanzo perché contiene troppi dialoghi».
Ha un secondo romanzo già pronto?
«Sì, diciamo che si tratta di un romanzo che inizia in commedia per finire in tragedia».
Non le chiediamo anticipazioni. Però dato che ha toccato il tema, ci parli delle peripezie che uno scrittore deve compiere per farsi pubblicare un libro.
«Mando il manoscritto a più case editrici, come si fa in questi casi. Non amo pagare per farmi stampare e distribuire. E allora molti editori non rispondono alle tue richieste, neanche per dirti che il libro fa schifo. Avevo l’ok da un editore di Civitanova, che però ha avuto un tracollo finanziario. Ma dopo un mese il nuovo direttore mi dice che il problema è risolto. Una settimana dopo mi contatta l’editore Flaccovio di Palermo dicendo che è interessato. Rispondo no grazie, perché avevo l’impegno con quelli di Civitanova. Che, guarda caso, mi telefonano una settimana dopo per dirmi che hanno di nuovo problemi di bilancio. A giugno, infine, vedo che Arduino Sacco pubblica il romanzo di un altro sambenedettese, Max Ratta. Ci provo, chiedo un parere e alla fine eccomi qua».
Diciamocelo. La categoria dei giornalisti non ci fa una gran figura nel suo romanzo…
«Nulla di generale, non ho pregiudizi verso la categoria. Non conosco cronisti sciacalli come quello del romanzo. Si tratta di un carattere narrativo, una sorta di tormentone».
Invece le figure di Carabiniere che lei dipinge fuggono dai cliché.
«Certo. E le assicuro che sono cliché ingenerosi e banali. Esistono carabinieri con il pallino dell’opera lirica e della letteratura francese, li conosco».
Gli adolescenti Antonella e Monica che svettano nel suo libro appaiono maturi e quasi adulti, forse anche per le vicende che li coinvolgono. Che idea ha di questa fascia di giovani, oggi?
«Li ritengo meno consapevoli, più incerti e confusi, rispetto ai loro coetanei di alcuni anni fa. Non penso dipenda dal mio invecchiamento. Siamo in molti a credere che gli adolescenti di oggi siano facilmente manipolabili. Colpa forse della stupidità dei programmi televisivi di cui si nutrono. Credo che il nostro compito di insegnanti sia risvegliare il loro senso critico, dare lezioni supplementari sui concetti civici, sul valore delle parole».
E gli insegnanti? Anche di loro il libro fornisce una rappresentazione troppo ottimistica?
«Insegnare è così complicato che molti lo fanno a livello base, con una concezione ristretta dell’importanza che ha l’insegnamento. Purtroppo molti insegnanti lo considerano un lavoro impiegatizio, se non proprio un lavoro sottopagato, poco stimolante. Poi c’è la bassa considerazione sociale, per cui un insegnante sarebbe uno che non lavora. Il circolo è vizioso, la demotivazione rischia di attirare ancora più biasimo sociale. Vorrei citare Albert Camus e il mito di Sisifo, condannato da Zeus a spingere un masso dalla base alla cima di un monte fino a quando il masso rotola a valle, costantemente. Chi insegna è Sisifo per eccellenza. Se lascia un segno su un ragazzo, lo fa quasi sempre involontariamente. La morale? Avere un insegnante che non ha stima di sé stesso è un dramma, perché così ti trasmette solo il suo senso di inutilità, rafforzando la mancanza di autostima dei ragazzi».

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