da Riviera Oggi numero 764

Prosegue la nostra raccolta di testimonianze dirette relative alla Seconda Guerra Mondiale nell’ambito della nostra rubrica “Intervista con la storia”. La prima puntata è accessibile qui
CUPRA MARITTIMA – La testimonianza orale diretta nella ricostruzione della storia è un metodo di grande valore, considerato da alcuni storici come imprescindibile nella ricerca, soprattutto per quello che riguarda gli avvenimenti recenti, che hanno coinvolto come protagonisti i nostri nonni, i nostri parenti o conoscenti. Il discorso diventa ancora più avvincente quando riguarda il nostro paese e i luoghi in cui viviamo. Luoghi che hanno visto esperienze di vita impresse per sempre nella memoria. È il caso di Michele Ciarrocchi, scomparso nel dicembre 2007, ma che più volte ha ricordato con grande lucidità alcuni degli eventi da lui vissuti accaduti a Cupra Marittima dall’autunno del 1943 al giugno 1944.
Il giovane Michele viene chiamato alle armi e giunge alla caserma d’addestramento a Bitonto: qui dopo alcune visite consecutive viene però congedato per una forma di pleurite. Non sarà dunque inviato nei campi di battaglia e torna dunque a Cupra prima dell’8 settembre 43, giorno fatale per l’Italia e per le sorti della guerra.
Tra le prime testimonianze quella dell’arrivo delle truppe della Wehrmacht tedesca a Cupra, tra queste un battaglione di cavalleria, probabilmente adibito al sostentamento delle unità di prima linea e al trasporto di materiale bellico, che troverà alloggio presso Villa Olivieri, nelle immediate vicinanze dell’abitazione della famiglia Ciarrocchi, in contrada Colle dei Pini, nella parte sud di Cupra. Il resto del contingente germanico – presumibilmente plotoni di fanteria e un distaccamento della FeldGendarmerie – si posizionerà in altre case del paese e a Villa Vinci, nei pressi della quale sarà compiuta la rappresaglia del 18 giugno 1944.
«I soldati tedeschi chiesero subito da mangiare: bussavano alle porte affamati, chiedevano carne, polli, maiali, vino. Gli davamo quello che potevamo, altre cose cercavamo di nasconderle. Comunque a parte l’obbligo di essere sfamati con noi si comportarono bene, e divenni amico con uno di loro, un sottufficiale di cavalleria».
Michele ricordò anche la presenza di un cannone antiaereo, senza dubbio un 88 mm. «Sotto il castello di Sant’Andrea avevano montato un grosso cannone con cui sparavano agli aerei americani».
Inoltre è vivido in lui il ricordo del cannoneggiamento navale di Cupra, nell’autunno 1943, verificatosi dopo che un commando britannico (nel quale c’erano alcuni travestiti da civili che parlavano italiano e alcuni partigiani) segnalò alle batterie delle navi le posizioni dei tedeschi sulla costa.
Ma la storia si fa più avvincente quando emergono particolari umani che mostrano come nella tragedia collettiva della guerra possano accadere fatti sorprendenti. Quel sottufficiale tedesco, come altri soldati di tutti gli eserciti, aveva come unico interesse salvaguardare la propria vita e poter riabbracciare la famiglia dopo la guerra. Forse era al corrente che la sua unità sarebbe stata trasferita al durissimo fronte orientale, dove la probabilità di restare in vita era bassissima. In ogni caso questo giovane sottufficiale, nemmeno trentenne, chiese a Michele l’impossibile: di nasconderlo.
Se avessero scoperto che in casa nascondevano un disertore la rappresaglia sarebbe stata durissima. Michele accettò, in virtù dell’amicizia nata in quei mesi concitati. L’uomo fuggì per qualche giorno, proprio in concomitanza dell’evacuazione delle truppe tedesche da Cupra, incalzate dai britannici e dai polacchi da sud.
«Si chiamava Paolo (italianizzato da Paul), era di Francoforte. La notte in cui tornò, forse si era nascosto nei boschi, si tolse subito la divisa, scavammo una buca e ricoprimmo tutto con la terra. Restò a casa fino alla fine della guerra, aiutandoci nel lavoro dei campi e nelle nostre attività normali, come se fosse uno della famiglia. Grazie a Dio, Cupra fu solo un punto di passaggio del fronte, altrimenti non so se andava a finire bene».
L’uniforme della Wehrmacht fu dissotterrata qualche anno dopo, ma c’erano ormai solo stracci.
Questa storia particolarissima, che va ben al di là dei classici stereotipi sulla seconda guerra mondiale, ci è confermata anche dalle sorelle Ciarrocchi, all’epoca nemmeno adolescenti. Il sottufficiale ritornò in Germania dopo il conflitto, e venne a trovare a Cupra chi gli aveva dato ospitalità più volte, negli anni 50 e 60. Un racconto che mostra come al di là del colore delle uniformi e delle nazioni, ci siano uomini con le loro vite, paure ed emozioni.

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