GROTTAMMARE – Li amo, ma li odio. Erano esattamente dodici anni fa, nel febbraio 1997, che mi spostavo di 120 chilometri per sentirli – per la prima di una lunga serie – al teatro comunale di Atri, una perla settecentesca che presto, si capì, era il luogo meno adatto per ospitare la superba band di Cuneo, allora al massimo del proprio fulgore, avendo alle spalle due deflagranti perle quali l’insuperabile “Catartica” e il cupissimo “Il Vile”.

Li amo, ma li odio: il gruppo capitanato da quell’asceta rumorista di Cristiano Godano, magro come un chiodo e in preda a raptus emotivi quando doveva violentare la sua chitarra per inseguire riff degnissimi, e anche più, dei migliori Sonic Youth, è stato il punto di riferimento per quella parte di giovani inquieti che, attorno alla metà degli anni Novanta, li considerava i numeri uno del panorama nazionale in quanto a rabbia, nevrosi, problemi con le ragazze (non gli amorini alla Luca Carboni, sia chiaro), insoddisfazione. Un paniere di melodie, rumore, poesia come pochi.

Poi succede che si invecchia. E a volte ci si annoia. Si lasciano gli anfibi e ci si infila i mocassini. A loro, peccato, è accaduto anche di passare alle pantofole. Così il concerto che si è tenuto al Teatro delle Energie a Grottammare, sabato 28 febbraio, è stato, per certi versi, bellissimo ma, contemporaneamente, intristito. La resa stilistica di tutti i pezzi (nessuno risalente agli anni Novanta, tranne che i due del finale…) è perfetta, calcolata, scarna e diretta; le parole di un Godano vocalmente ispiratissimo ti si schiantano addosso con nettezza; persino la melensa “Canzone che scrivo per te” acquista una nuova purezza. Tutto è bello (e pulito) come i giochi delle luci, che da soli valgono il biglietto.

Epperò. Epperò non si avverte più quel pathos, quella angst, quell’inquietudine che era il vero carme del loro lavoro. I Marlene adesso sono altro, sono un gruppo che fa una musica adulta che non lascia dubbi. Quello che senti, è, non c’è da scavare. Cesellano alla perfezione suoni, voci, ma, appunto, tutto è troppo perfetto, mai abrasivo.

È la vecchia legge del rock’n’roll: anche i Rolling Stones non sono quelli di Aftermath da decenni, oramai, ma non per questo hanno rinnegato Paint it black o Under my thumb. Anzi. A costo di diventare una macchietta, sanno che sono gli Stones grazie ad un pugno di lontani album, e vanno in giro per il mondo ad autocelebrarsi. Lo dovrebbero capire anche Cristiano Godano e soci, che, invece, sembra vogliano dimenticare il periodo in cui erano ragazzi un poco più furibondi. Meno male che, nel finale, ecco una perfetta esecuzione acustica di “Sonica” (per anni il pezzo con cui, a gran richiesta, chiudevano i concerti) e infine, secondo bis, proprio per suggellare la fine del tour nei teatri, l’eccezionale “Nuotando nell’aria”. Roba del 1993, ma non sembra proprio.

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