dal settimanale Riviera Oggi numero 764
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Urge una riforma finalmente completa da parte della Regione Marche sugli Ambiti Sociali Territoriali e sulla gestione integrata dei servizi sociali fra i Comuni. O quantomeno urge l’applicazione reale delle indicazioni già contenute nei testi di legge, a partire dal Tuel (Testo unico degli enti locali). Si tratta di una regolamentazione indispensabile per risparmiare risorse e razionalizzare veramente i servizi sociali comunali, che con l’aumento dell’aspettativa di vita degli italiani diventano il nodo cruciale dei bilanci pubblici.
La situazione esistente finora, almeno nel comprensorio sambenedettese, rappresenta un ibrido la cui natura giuridica (che di fatto non c’è) e normativa va assolutamente definita.
Questo è quanto emerge dall’indagine compiuta da Riviera Oggi sul tema dei servizi sociali gestiti insieme dai 14 Comuni dell’Ambito Sociale Territoriale 21 che fanno riferimento a San Benedetto Comune capofila (sito web www.ambitosociale21marche.it).
Abbiamo ripercorso i nodi di una polemica non nuova, portata avanti contro la funzionalità dell’Ambito nel 2005 tramite un esposto alla Corte dei Conti firmato dagli allora funzionari dei servizi sociali del Comune. Abbiamo consultato i testi normativi emanati dallo Stato e dalla Regione, abbiamo intervistato l’assessore alle Politiche della Città Solidale Loredana Emili e il coordinatore dell’Ambito 21 Antonio De Santis. La conclusione è che dal 2006 ad oggi, momento in cui la Regione per l’ultima volta si ripromise di riordinare la materia con un atto formale, è cambiato ben poco. Quando invece molto potrebbe e dovrebbe cambiare.
AMBITO SOCIALE, CREATURA IBRIDA Assistenza ai disabili e agli anziani non autosufficienti tramite servizi domiciliari, case famiglia e centri diurni, contributi economici ai cittadini svantaggiati, iniziative di sensibilizzazione e consapevolezza verso i comportamenti devianti. Questi i campi di azione dell’Ambito sociale 21, che agisce gestendo fondi regionali e comunali. Attualmente, oltre al coordinatore De Santis il cui stipendio dirigenziale è pagato per metà dalla Regione e metà dal Comune di San Benedetto, l’Ambito ha nel suo organico (a tempo determinato o part time) due impiegati e due assistenti sociali.
Organizzare i servizi sociali in modo sovracomunale è una indiscutibile esigenza di legge oltre che di democrazia. Altrimenti non si potrebbe garantire la stessa qualità di servizio a chi risiede in Comuni piccoli, dove anche la cifra mensile che serve per il mantenimento dei “minori non accompagnati” (3000 euro) è un macigno sul bilancio dell’ente.
Però gli Ambiti sociali come vennero creati nel 2002 sono una forma ibrida, una struttura non prevista dalle leggi, che prevedono invece la necessità di integrare i servizi sociali fra i Comuni tramite strumenti ben precisi: convenzioni fra Comuni, consorzi, Unione dei Comuni, Fusione dei Comuni.
Gli impegni che i Comuni assumono fra loro si può dire che attualmente dipendano più dalla buona volontà, in particolare del Comune capofila, che da prescrizioni di legge.
Di questa situazione la Regione è ben consapevole. Nelle linee guida del 2006 che citavamo prima (“linee guida per la riorganizzazione istituzionale degli ambiti sociali”, delibera di giunta regionale 551) si parla di ben precisi elementi di debolezza da evitare: occorre evitare duplicazioni di competenze e strutture favorendo articolazioni territoriali già presenti sul territorio, evitare il sistema “a scatole cinesi” fondato su contenitori vuoti che rimandano ad altri contenitori, evitare le confusioni tra ruoli, evitare il protagonismo di pochi e la deresponsabilizzazione di molti.
Questo lo dice la Regione. Ma cosa è stato fatto dal 2006 a oggi per porvi rimedio?
DE SANTIS: «BASTEREBBE UNA CONVENZIONE» Da noi interpellato, il coordinatore dell’Ambito Antonio De Santis risponde: «Novità non ce ne sono state, secondo noi basterebbe una convenzione generale fra i Comuni dell’Ambito, oltre alle convenzioni che già ci sono. Dipende dalla volontà politica. Le leggi prevedono già delle forme associative, poi c’è chi chiede una legge regionale nuova per dare ufficialità. Credo che entro fine legislatura si farà». Come funziona la distribuzione delle spese fra i Comuni? «La ripartizione avviene in base alla popolazione». L’Ambito rappresenta una sovrapposizione di funzioni rispetto ai Comuni? «No, perché non ci occupiamo delle stesse cose, svolgiamo dei servizi aggiuntivi che rendicontiamo alla Regione».
Cosa dice De Santis dell’esposto alla Corte dei Conti presentato dal 2005? Quella segnalazione fu firmata dall’allora dirigente delle Attività Sociali Roberto De Berardinis (poi trasferito dall’incarico) e firmato da altri dieci funzionari del settore, contestava il principio di sussidarietà orizzontale fra Comuni creato in assenza di legge regionale (in sostanza, il fatto che se un Comune non riesce ad espletare un servizio interviene il Comune capofila dell’Ambito), contestava il costo della struttura Ambito accusandola di «fare unicamente attività di autopromozione mediatica».
De Santis risponde così: «Fu un attacco di ordine politico, perché la creazione dell’Ambito comportò una riduzione dei compiti dei funzionari comunali».
Chiediamo poi a De Santis cosa pensa del fatto che San Benedetto, all’interno del comitato dei sindaci dell’Ambito, può esprimere un solo voto alla pari dei Comuni più piccoli. Questa la risposta: «Prevale un discorso di solidarietà, nell’Ambito un Comune non governa con i voti ma con l’autorevolezza e la collaborazione. C’è ormai un rapporto di fiducia verso San Benedetto cementato negli anni. Ripeto, formalizzare una convenzione fra i Comuni sarebbe meglio, però finora è funzionato tutto bene».
LA EMILI: «NECESSARIO CAMBIARE» Anche l’assessore ai servizi sociali Loredana Emili è del parere che dalla Regione debba giungere una chiarificazione sulla gestione dei servizi sociosanitari. «Beninteso, l’integrazione fra Comuni è sacrosanta. I servizi sociosanitari, così interconnessi al giorno d’oggi, debbono essere garantiti a tutti, al di là della disparità di risorse fra i Comuni grandi e piccoli». Però? «Però la Regione deve accelerare sulla formalizzazione della natura giuridica di questa collaborazione, per razionalizzare l’uso delle risorse economiche. Ad esempio un consorzio farebbe un unico bando di gara per l’appalto dei servizi. Il risparmio sarebbe evidente, garantendo lo stesso uniforme livello di prestazioni essenziali».
La Emili poi fa notare come i Comuni riuniti nell’Ambito sociale 21 siano gli stessi sotto la giurisdizione della zona territoriale dell’Asur, l’azienda sanitaria regionale. Servizi sociali da una parte, dunque, servizi sanitari dall’altra. Ma l’Ambito non ha una personalità giuridica.
L’imperativo del futuro, in questa Italia dai conti pubblici sempre più in rosso, è quello di razionalizzare, unire, evitare sovrapposizioni e proliferazione di aggregazioni e strutture (o sovrastrutture?) che sembrano per definizione dover operare nella precarietà.

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