SAN BENEDETTO DEL TRONTO – L’esondazione del fiume Tronto che nel 1992 allagò con gravi danni Porto d’Ascoli fu un disastro colposo la cui responsabilità penale è da attribuire all’ingegnere Vincenzo Mattiolo, autore nel 1978 del progetto di ricostruzione dell’asta fluviale con lo scavo del fondo ghiaioso e del restringimento degli argini da 200 a 70 metri di larghezza.
Mercoledì 25 febbraio la Corte di Cassazione ha scritto la parola fine sulla lunga vicenda giudiziaria nel suo lato penale.
Passa in giudicato la condanna di Mattiolo per disastro colposo e la pena di due anni e tre mesi di reclusione, che non sarà scontata in quanto il reato è prescritto. Ma l’ingegnere dovrà risarcire per i danni subiti il Comune di San Benedetto e le aziende costituitesi parte civile.
La Suprema Corte dunque ha accolto le tesi del legale del Comune Francesco Voltattorni e dei legali Roberta Alessandrini e Vando Scheggia, che si appellarono all’assoluzione di Mattiolo in secondo grado nel 2006, quella che fu definita la “pagina nera” della vicenda giudiziaria.
Per quanto riguarda i danni che dovranno essere pagati dal Ministero delle Infrastrutture, la quantificazione spetterà al Tribunale Regionale delle Acque Pubbliche di Roma, al quale alcuni ricorsi sono stati già depositati (accolto recentemente quello della Bollettini Spa) e quelli mancanti saranno depositati a giorni.
La sentenza penale passata in giudicato agevolerà ovviamente le decisioni in sede civile a favore delle aziende e del Comune. Molte furono le imprese che subirono pesanti danni dalla furia dell’acqua fluviale debordata dagli argini e riversatasi sulla zona abitata e sulla zona artigianale sud della città, per via dell’effetto tappo compiuto dalla ferrovia adriatica che impedì il normale deflusso verso la foce.
Nell’immediato una legge regionale concesse dei fondi per il ripristino delle condizioni iniziali di lavoro. Arrivarono fondi che servirono per delle riparazioni, che ora potrebbero venir detratti dal risarcimento dei danni che ora spetta ai ricorrenti per il lucro cessante, la sospensione del lavoro, la richiesta di prestiti bancari, la perdita della clientela. L’avvocato Alessandrini parla di un danno totale che si aggira sui venti milioni di euro.
Da parte del Comune, ci furono danni ai sistemi fognari, forti costi per il conferimento in discarica di numerosi detriti trasportati in zona urbana dalla furia del fiume, danni alle strade, costi per il lavoro straordinario del personale dei Lavori Pubblici.
Sono circa trenta le aziende che ora attendono il risarcimento. Come spiega l’avvocato Roberta Alessandrini, hanno atteso 17 anni per avere una sentenza penale passata in giudicato e ottenere il riconoscimento delle colpe dei tecnici che misero mano al fiume Tronto.
«È la storia di aziende piccole, medie e grandi, d privati cittadini e liberi professionisti, della parrocchia Cristo Re, dell’istituto di suore Divino Amore, gente coraggiosa convinta di volere prima di tutto la giustizia, prima ancora che il denaro, per un evento che tutti hanno subito ma non tutti hanno potuto risolvere, visto che alcune delle aziende danneggiate oggi non esistono più e chi ha continuato ha avuto mille difficoltà».
Il legale delle aziende danneggiate poi aggiunge un ringraziamento e una nota polemica: «Va elogiato il Comune che ha proseguito fino alla fine restando accanto ai cittadini, al contrario di quanto fatto da varie associazioni ambientaliste scomparse alla prima difficoltà».

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