ROMA – Una raccolta che aiuta a capire l’esperienza di chi emigra, di chi lascia il proprio paese per cercare fortuna all’estero.  Si tratta del libro “Terra promessa, il sogno argentino”, edito dalla Regione Marche e scritto dalla giornalista Paola Cecchini. Il volume è stato presentato a Roma, presso il Trilussa Palace Hotel il 12 febbraio, a cura del Centro Studi Marche, Cesma.

Il libro racconta in 1100 pagine, 68 testimonianze, 670 note, 106 foto d’epoca, 3 diari e 28 tabelle statistiche la storia dei marchigiani in Argentina.

L’evento è stato presentato da Rosanna Vaudetti. Per l’occasione sono intervenuti Paolo Menna Direttore dell’Area Politiche Migratorie della Regione Lazio, Maria Immacolata Macioti docente di sociologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma e direttrice del master “Immigrati e rifugiati”.
Presenti anche lo storico, scrittore e traduttore Edmondo Coccia, il regista ed autore Luciano Gregoretti, l’incisore e bozzettista Eros Donnini e Franco Moschini presidente di Poltrona Frau Group.
Le poesie e le testimonianze riportate nel libro sono state recitare da Angelo Blasetti.

Patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero per gli Italiani nel Mondo, dall’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires e dall’Ambasciata della Repubblica Argentina in Italia,

“Terra promessa” è stato presentato l’anno scorso a Buenos Aires presso la Feria Internacional del Libro, una delle iniziative culturali più importanti dell’America Latina, ed il locale lstituto Italiano di Cultura.

Nel libro so posso trovare testimonianze interessanti come queste: «A papà no le gustava Mussolini y mia mamma no opinava. E qui in Argentina o trovato Perón. Per me era simile a Mussolini solo che Perón faceva tutto con la risa, Mussolini serio,  ossia Mussolini dava le bastonate e Perón no, ossia Peron  le bastonate le dava de notte piano piano. L’osse rotte lo stesso».

Oppure: «Un’argentina? Un’argentina argentina? No, no, non l’avrei mai sposata, che bisogna c’era? E poi se si faceva così si perdeva la razza! Qui vivevamo come se fossimo nel nostro paese e c’erano molte donne compaesane o figlie di compaesani, pulite, lavoratrici e forti e se non le trovavamo le mandavamo a chiamare e ce le sposavamo senza problemi».

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