SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Se ne parla da giorni, ma francamente è auspicabile che se ne continui a parlare nell’opinione pubblica anche a livello locale, perchè si tratta di una norma sulla quale i nostri legislatori dovrebbero riflettere molto bene.

In sintesi la notizia è questa: nell’ambito del disegno di legge sulla giustizia al vaglio della commissione competente della Camera dei Deputati è stato approvato l’emendamento presentato dal deputato Francesco Paolo Sisto del Pdl che prevede il divieto per la stampa e i mass media di pubblicare i nomi e le immagini dei magistrati in relazione ai processi che sono stati loro assegnati.

Il 16 febbraio la Camera ha dato il primo sì al ddl, conosciuto ai cittadini come il ddl Alfano sulle intercettazioni. Stando a quanto dichiara il deputato Sisto all’agenzia Agi, la commissione ha approvato il suo emendamento escludendo da questo divieto quelle «situazioni che non sono scindibili dal diritto di cronaca come ad esempio puo’ avvenire quando un pubblico ministero si reca per un sopralluogo sulla scena di un delitto. Questa scelta vuole fare in modo che i giudici abbiano il volto del loro provvedimento e non il contrario, che i provvedimenti abbiano il volto del giudice».

Sembrerebbe perciò che un giornalista possa dire “il sostituto procuratore Tizio ha aperto un’inchiesta sull’omicidio di Caio” a ridosso del fatto, pubblicando la foto del magistrato sul luogo del delitto insieme agli inquirenti. Ma poi, quando la vicenda va avanti e magari lo stesso magistrato spicca dei mandati di cattura o invia degli avvisi di garanzia a dei sospettati, il giornalista non potrebbe scrivere il nome di quello stesso magistrato la cui presenza alla guida dell’indagine è già fatto acclarato di dominio pubblico.
Allo stato pare che, una volta approvata la legge dal Parlamento, il giornalista che elude il divieto rischia la galera fino a tre mesi o la multa fino a 10.000 euro.

COSA COMPORTA IL DIVIETO Questo divieto, se diventerà legge, offuscherebbe notevolmente il diritto-dovere di cronaca, sancito dalla legge. Nominare un magistrato che conduce un’indagine o che emette un verdetto nei vari gradi di giudizio, lungi dall’essere un modo per fare propaganda a supposti magistrati presenzialisti in ansia mediatica, è evidentemente un modo che l’opinione pubblica ha, tramite l’informazione, di documentarsi e farsi un giudizio positivo o negativo sui magistrati.

L’esempio che fa Marco Travaglio è illuminante. Si può pensare ciò che si vuole del caso De Magistris, ma il sacrosanto dibattito sulle implicazioni giuridiche delle vicende legate alla cosiddetta “guerra fra le Procure” sarebbe stato ben ostacolato dal divieto di nominare il pm protagonista (suo malgrado?) della vicenda. Se Luigi De Magistris avesse ragione nel sostenere di essere stato delegittimato (e non possiamo escluderlo a priori anche e soprattutto perchè c’è un tribunale del Riesame, quello di Salerno, che lo afferma), nessuno conoscerebbe la sua identità. Nessun cittadino potrebbe elogiarlo e mostrargli vicinanza e solidarietà, perchè non conoscerebbe la sua identità.

Se De Magistris invece fosse una sorta di pazzo in toga, non sarebbe altrettanto giusto che un cittadino conosca l’identità di questo pazzo in toga, quantomeno per tutelarsi se dovesse finire “nelle sue grinfie”?

Il giornalista che nei suoi servizi dice “l’indagine x è seguita dal magistrato y” svolge un lavoro di informazione che è indispensabile in un paese democratico. Perchè se quel magistrato lavora bene e agisce per una giustizia uguale per tutti inquisendo politici e personaggi del potere con lo stesso coraggio con cui mette in galera un poveraccio, è giusto che si conosca la sua identità. Ugualmente, se il magistrato produce valutazioni o sentenze che potrebbero avere del discutibile (qui trovate un esempio drammatico balzato agli onori della cronaca recentemente) è sacrosanto che la gente conosca il suo nome. E valuti, documentandosi, facendosi un’opinione sul mondo che ci circonda.
I magistrati sono i custodi della legge, sono gli alfieri del diritto, sono e devono essere i difensori dei più deboli, dei cittadini inermi di fronte alla delinquenza e all’abuso. Perciò sono anche degli onorati e importanti “dipendenti” del popolo, nel senso che svolgono un ruolo pubblico, per il quale è giusto che rendano conto ai cittadini. Nel bene e nel male, perchè non sono tutti uguali, nel senso che ci sono quelli più bravi e quelli meno bravi, quelli più corretti e quelli meno corretti. Purtroppo anche quelli corrotti, e la storia dell’Italia racconta episodi acclarati in questo senso.

Vi sembra giusto che il cittadino contribuente non possa conoscerne l’identità?

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