SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Intervista a cura di Nazzarena Ciabattoni, video servizio di Oliver Panichi

Edoardo parlaci della tua attività, tra progetti e prospettive per il 2009.
«Il 2009 per me prosegue sull’onda di un 2008 ricco di soddisfazioni e di impegno per quanto riguarda il lavoro teatrale. Ho preso parte infatti a quattro nuovi spettacoli che mi hanno impegnato da marzo a novembre in un’attività costante. Sono stati lavori molto diversi, e mi hanno permesso di esplorare quattro generi differenti, senza contare poi le esperienze di lettura in musica come Pagine Salmastre, nella rassegna Mare Aperto. Due di questi spettacoli hanno debuttato proprio a San Benedetto. Il primo è “Giuda” dal testo di Mauro Crocetta, che è andato in scena a marzo al Teatro San Filippo Neri, in occasione delle manifestazioni organizzate dal Comune in ricordo di questo autore, che nella nostra città ha svolto attività di commissario di polizia e vicequestore. L’altro spettacolo, che ha debuttato al Teatro dell’Olmo, nella rassegna Teatri Invisibili, è “L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello, con Matteo Ripari, attore e regista. Quindi un classico del teatro pirandelliano, ma rivisto in chiave beckettiana. A maggio 2008 ho partecipato ad “Amo”, sempre per la regia di Matteo Ripari, uno spettacolo “circo-pop”, in cui tre personaggi shakespeariani, Amleto, Macbeth e Otello, si incontrano in una grande giostra. E l’ultimo lavoro, per cui le prove sono iniziate da mesi, mi proietta già nel 2009, in quanto il debutto ci sarà la prossima settimana, ad Ancona. “Cirano di Arlecchignac”, questo è il titolo della cooproduzione tra la Compagnia Vicolo Corto di Ancona e Pantakin di Venezia, è propriamente uno spettacolo di commedia dell’arte, con la regia di Michele Modesto Casarin, uno dei registi più affermati nel genere. Quindi quattro esperienze differenti, dal genere drammatico alla ricerca, fino al comico, passando per il classico drammaturgico».
Si parla per le Marche di una rete teatrale diffusa. Quali sono secondo te i suoi punti di forza e quali i punti deboli?
«La rete regionale è un punto di forza, rete fra i gruppi, gli enti, tra chi gestisce la cultura e gli spazi e gli artisti. Una buona situazione per l’offerta complessiva, poi ovviamente è impensabile avere ogni spettacolo che si vuol vedere sotto casa, a volte bisogna spostarsi. I punti deboli sono più legati in generale al momento storico che viviamo e che mette in grossa difficoltà gli operatori. Non solo dal punto di vista economico, ma una vera a propria crisi di identità culturale, che investe diversi ambiti dello spettacolo e della cultura. Questo accade soprattutto in teatro, dove si ha l’impressione di stare in un ghetto, la famosa nicchia. In realtà è tutto un sistema di cose che tende a escludere il grande pubblico dalla fruizione teatrale. Principalmente è una mancanza di formazione sul pubblico. Oggi si parla tanto di crisi economica, ma non si guarda alla crisi delle menti. Non si pensa che la cultura possa fornire una chiave di lettura della realtà in grado di spezzare il sistema di produzione e consumo convulsivo a cui la società ci porta. La dittatura dei consumi di cui parlava Pasolini. L’arte, la letteratura e il teatro, nella forma più pura e non in quella banale e di consumo spicciolo, possono offrire in realtà prospettive nuove per riformare i parametri della vita, facendoci uscire dal circolo vizioso del consumismo, della bulimia mediatica, dell’insoddisfazione che genera necessità di cose, più che di valori».
Circa la formazione del pubblico e una politica culturale mirata, cosa ci si aspetta dalle amministrazioni locali?
«Riguardo a San Benedetto va riconosciuto all’attuale amministrazione l’impegno nella riapertura del teatro comunale Concordia, chiuso da troppi anni. Anche la collaborazione con Grottammare credo sia positiva. Per quanto mi riguarda con quest’amministrazione c’è un dialogo su progetti come Giroteatro e Spettacolando. Quello che ci si aspetta in generale è un lavoro di formazione che parta dalle scuole e dagli studenti. So che ci sono dei progetti di laboratorio nelle scuole e questa è sicuramente un’operazione sana. Il laboratorio è un ottimo strumento per formare pubblico competente, che va a teatro con degli strumenti. Il problema riguardo al pubblico è duplice. Da un lato c’è il fattore quantitativo, di numeri, perché sono pochi quelli che scelgono di andare a teatro. E poi c’è l’aspetto qualitativo, che riguarda chi va a teatro ma non dispone di mezzi critici. Il pubblico lirico, ad esempio, per quanto settoriale è generalmente molto competente, interagisce, applaudendo o fischiando, partecipa, giudica. Nel teatro in genere questo non succede, il pubblico resta più inerme, addormentato, a volte non sa che fare. Ma non è questo mutismo un aspetto del teatro, piuttosto della televisione».

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