Estate 1944: in un’Europa insanguinata da cinque anni di conflitto il Terzo Reich è al collasso. A est l’operazione Bagration ha disintegrato le armate centrali tedesche, che si ritirano resistendo accanitamente. L’esercito sovietico gradualmente si avvicina ai confini tedeschi portando un’ondata di terrore e violenza. A ovest gli Alleati hanno ormai conquistato la Francia mentre in Italia le malconce truppe dell’Asse si ritirano a nord, oltre la Linea Gotica. È solo questione di tempo, di qualche mese ormai: i generali esperti della Wehrmacht lo sanno, lo sa bene Erwin Rommel, in convalescenza dopo essere stato ferito da un attacco aereo, ne è perfettamente al corrente Heinz Guderian, l’inventore della Blitzkrieg, tenuto volutamente lontano da ogni incarico operativo a causa della sua ostinazione contro le decisioni di Hitler. La gravità della situazione è addirittura riconosciuta dagli uomini delle Waffen SS.

Solo uno è convinto ancora della vittoria finale, proprio Adolf Hitler, il “rozzo caporale boemo”, come lo chiamavano gli aristocratici prussiani che non hanno mai accettato il nazismo. Uno stratega irrazionale e pessimo che continua ad emanare ordini grotteschi dal quartier generale di Rastenburg, in un’atmosfera fuori dalla realtà, circondandosi di vanagloriosi generali da ufficio ligi e accondiscendenti. Ordini di delirio senza finalità strategiche che mandano uomini al massacro e continuano a perpetrare il genocidio degli ebrei nei territori occupati. Ma il dissenso serpeggia all’interno della stessa gerarchia militare germanica, un dissenso cresciuto nel tempo, basato su ideali aristocratici, solido, deciso, voluto da uomini che da una parte rifiutano le aberrazioni del nazismo (come l’ufficiale Henning Von Tresckow che ha osservato gli stermini in atto in Europa Orientale) e dall’altra non vogliono far cadere il suolo tedesco nelle mani degli invasori, nelle mani del comunismo come del liberismo. E proprio per questi due motivi politicamente scorretti, si è sempre parlato poco della resistenza conservatrice ad Hitler.
Il movimento anti-hitleriano sorge poco prima della guerra, nei circoli più elitari dell’aristocrazia militare: ufficiali, nobili, uomini di cultura si associano, si riuniscono, escogitano i modi per annientare il male. Nell’estate del 1939, da come riporta lo storico Joachim Fest, chiedono aiuto ai britannici per eliminare Hitler con un commando: i britannici restano indifferenti, come se volessero la guerra. Forse non gradivano una Germania potente, anche libera dal nazismo. Allora i congiurati proseguono la loro opera da soli: si susseguono numerosi tentativi di attentati, tutti misteriosamente falliti, c’è anche chi è disposto a farsi saltare per aria accanto ad Hitler in una sorta di ultimo sacrificio per la patria. L’uomo che smuove definitivamente la situazione è il colonnello Claus Schenk Von Stauffenberg, tra i cui antenati aveva membri della dinastia sveva imperiale degli Hohenstaufen, e il comandante Gneisenau, che combatté contro Napoleone.

Educato dal poeta simbolista Stefan George, cresciuto negli stimoli avanguardisti del primo nocevento, Stauffenberg si arruola nella Wehrmacht, come consuetudine per i giovani nobili. Dopo aver combattuto in Africa ed aver perso una mano e un’occhio, il pluridecorato Stauffenberg entra in contatto con gli altri congiurati e diventa leader della reazione aristocratica ad Hitler, coltivando una determinazione estrema. Ma soprattutto, egli aveva accesso allo stato maggiore del quartier generale di Hitler: grazie a ciò, il 20 luglio viene progettato l’attentato ad Adolf Hitler, e il colpo di stato che avrebbe dovuto rovesciare il nazismo, portare immediatamente alla pace e impedire l’invasione della Germania da parte delle truppe sovietiche. Tutto ciò è passato alla storia come “Operazione Valchiria”, il nome in codice che indicava le procedure da mettere in atto in caso di morte improvvisa del Fuhrer. Molti generali partecipano direttamente alla congiura: tra i più importanti ricordiamo Rommel, che sarà costretto al suicidio dalla Gestapo, il feldmaresciallo Von Kluge, e il comandante delle armate tedesche in Francia, Von Stulpnagel. Ma anche intellettuali di levatura straordinaria, come “ l’anarchico di destra” Ernst Junger, e il teologo Bohnoeffer.
Il 20 luglio, Stauffenberg si trova a Rastenburg, per la consueta riunione militare presieduta da Hitler. Poco prima delle 13, accompagnato dal tenente Von Haeften, si chiude nella toilette e innesca la carica esplosiva, nascosta in una valigia. I due entrano nella sala riunioni presieduta da Hitler, in cui si stava discutendo della catastrofica situazione del fronte orientale. Stauffenberg cerca di avvicinarsi il più possibile al tiranno e posa la valigia sotto il tavolo. Poi la fuga precipitosa, l’esplosione alla quale assiste dall’esterno lo stesso Stauffenberg e un susseguirsi di imprevisti. Subito dopo Stauffenberg vola in meno due ore a Berlino, dove gli altri cospiratori, aspettando notizie certe della morte di Hitler, avevano dato via all’Operazione Valchiria. Gli esponenti politici nazisti e della Gestapo erano stati arrestati. Un battaglione stava già circondando il ministero della propaganda di Goebbels. Ma appena Stauffenberg raggiunge gli altri congiurati al comando supremo della Bendlerstrasse, giunge la tremenda verità: Hitler non è morto, l’esplosione ha distrutto la stanza ma non il pesante tavolo di quercia che ha parato il dittatore dall’urto. In ogni caso, a Berlino decidono di continuare il colpo di stato e l’Operazione Valchiria. Al sopraggiungere della notte, non ci sono più speranze di cambiare il destino dell’Europa: il comando viene circondato e Stauffenberg, Von Haeften, i generale Olbricht e il colonnello Quirnheim vengono fucilati sul cortile. Finisce così uno dei più tragici complotti della storia. Ora, quella strada dove Stauffenberg urlò “Lunga vita alla Sacra Germania” prima di cadere sotto i colpi, si chiama Stauffenbergstrasse e un monumento ricorda quegli uomini.
Il film “ Operazione Valchiria”, uscito da pochi giorni nelle sale in Italia come in provincia, al Multiplex di Castel Di Lama e P.S. Elpidio, ci narra senza indugi né forzature quello che accadde in quel fatale 20 luglio 1944.

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