SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Lunedì 26 gennaio si è svolto il Consiglio comunale aperto sulla crisi economica che coinvolge il Piceno, riflesso della crisi economica italiana e globale. Un’iniziativa lodevole, quella proposta dall’opposizione e accolta dalla maggioranza e dal sindaco Gaspari, nella quale però a parlare ed esporre analisi, proposte, spunti di discussione, sono stati in prevalenza politici o rappresentanti di associazioni di categoria.

Alla fine della seduta, a tarda ora e con poco pubblico presente, ha avuto la parola anche Giovanni Marucci del Meet Up sambenedettese, un’associazione apartitica di cittadini che nasce dal movimento creato da Beppe Grillo e che rappresenta un luogo di gente aperta al confronto, interessata alla cosa pubblica e alla ricerca di informazione libera.

Dato che la crisi economica oltre che le istituzioni riguarda e danneggia principalmente i cittadini, Rivieraoggi.it ritiene giusto dare la parola appunto a Marucci, un cittadino qualsiasi, pubblicizzando il suo intervento di lunedì scorso.

Ecco il testo integrale

Di questa crisi, molti ne parlano come “congiunturale”, mentre altri la definiscono “strutturale”. Il fatto che ci si ritrovi qui a parlarne, potrebbe significare che si è propensi nel definirla strutturale? Il Governo spinge molto nel fornire fiducia e spingere verso la ripresa dei consumi: questo vuol dire che i consumi sono in calo perché la gente non si fida e basta? E se invece fosse che molti sono impediti nel sostenere i consumi fino allora sostenuti (pur volendo)? La questione sarebbe decisamente diversa.

In tutta Italia (ma anche nel mondo) sentiamo parlare continuamente di chiusura delle aziende, le quali ne trascinano altre come in un effetto domino (d’altronde non siamo in una società a compartimenti stagni) e non si può nemmeno parlare di crisi delimitata ad un solo settore produttivo: dopotutto il mercato è unico (è forse questo uno dei grandi problemi?) ed abbiamo mercatizzato tutto. La nostra Provincia non fa eccezione. È opinione comune che la responsabilità sia quasi esclusivamente degli ormai famosi speculatori finanziari, i quali hanno rotto un equilibrio che è necessario ristabilire. Ho la sensazione (ma non sono il solo) che non sia così: l’equilibrio non ha mai fatto parte di questo sistema economico.
Gli speculatori avranno dato una forte impennata, avranno accelerato i tempi, ma non avrebbero potuto farlo se questo sistema non avesse fornito loro le basi adeguate; una di queste (o forse questa) è l’egoismo?
L’egoismo è un virus che non ammette limitazioni, diritti e doveri: cresce sempre, più o meno lentamente a seconda dei periodi storici, ma cresce e con tutte le conseguenze note ed immaginabili.

L’egoismo è anche nemico della relazione sociale, è nemico dell’uomo; porta ad assolutizzare il proprio ego a discapito di tutti (anche utilizzandoli). Che società è quella che si fonda sull’egoismo? Cosa potrà mai produrre? Non viviamo in un periodo storico in cui il bene comune è considerato come il nulla? Non viviamo in un periodo storico in cui l’uomo viene considerato solo come consumatore e come risorsa umana? La logica del profitto non deriva da questo? Ora è diventato un diritto, un dogma.

Quante volte sentiamo parlare del diritto al lucro, al profitto, al dividendo? Tutti portati alla massimizzazione, tanto che è inconcepibile allo stato attuale il solo pensare di guadagnare la medesima cifra dell’anno precedente.
Nessuno ha mai riflettuto (e forse si è anche guardato bene dal farlo) sulle conseguenze che sarebbero potute seguire a tali scelte dal punto di vista sociale ed ambientale (ambiti assolutamente non scindibili).

L’egoismo porta alla solitudine e rompe i legami con le persone e l’ambiente. È un caso che in questi anni abbiamo fatto la conoscenza con l’individualismo? È un caso questa necessità assoluta di primeggiare, di ostentare una certa estetica?

Il famoso “disagio giovanile”, non è conseguenza di questa società, di questo stile di vita, che premia i primi ed esclude il resto, che nega le differenze, annulla i valori? Droga, alcool, psicofarmaci e le dipendenze di ogni tipo sono il linguaggio usato da coloro che non sanno trasmettere diversamente il proprio disagio. Si parla di porre delle regole, ma quali? Come? In base a quali principi? I diritti? Di chi? Dell’uomo?

È un dato di fatto che nell’epoca attuale le regole, più che opportunità necessaria per una sana convivenza civile, sono viste come un attacco alla libertà personale e prima di tutto libertà commerciali. Il sistema che abbiamo scelto è basato su questo, quindi, le regole sono impossibili da porre; potranno, al limite, durare un periodo, ma come detto prima, l’egoismo cresce sempre: provate ad otturare la valvola di sfogo ad una pentola a pressione: cosa accadrà?

Ogni regola, allora, in questo contesto culturale, limiterà solo ciò che invece per tutti noi ha sommo valore: l’egoismo (da cui profitto, utile, potere ….). Prima o poi eventuali regole saranno superate in nome di uno sviluppo spacciato per progresso (pur di mascherare la ricerca dell’utile personale o anche di popolo), ma sappiamo da sempre che per uno che si arricchisce, molti impoveriscono; d’altronde viviamo in un sistema chiuso e lo stesso dicasi per l’ambiente). Questo stile di vita ha bandito l’uomo, la natura ed il buon senso.

Il dogma dello sviluppo, del profitto, del mercato sono figli di questo stile di vita, di questa mentalità, di questo egoismo di base che ci vuol portare a dominare e soddisfare le proprie voglie come dei bambini: sarà forse il caso di cominciare a crescere? Tutto questo ha portato a quel che vediamo:

1) Monetizzazione: ogni scelta è fatta in base al costo e guadagno, non sull’effettiva utilità o bontà. Quante volte diciamo “la vita costa”, “i figli costano” …. e quindi ogni scelta è viziata da questo profonda ingiustizia.
La sanità? È anch’essa affetta da questa malattia? (Ospedale unico ….)
È considerato lavoro (utile) solo quello retribuito, mentre la cura dei figli, della famiglia, della casa, la cura dell’ambiente, non valgono nulla (d’altronde ci basiamo sul PIL) e se non possiamo considerarli inutili, non sono certo utili al nostro sviluppo perché non retribuiti e non sono retribuiti perché nessuno può lucrarci sopra.

Abbiamo pensato mai a cosa lasceremo ai nostri figli? È realmente per il loro bene tutto quel che facciamo?

2) Concentrazione della ricchezza in poche mani: la ricchezza totale è sempre quella.
Le aziende sono sempre meno, ma più grandi. Ci stiamo tutti trasformando in commessi, impiegati, operai e disoccupati. Le grandi aziende sono antieconomiche e antisociali.

3) Spoliazione del territorio: in favore del cemento ed asfalto. Quanta speculazione edilizia? Gli spazi vivibili si riducono sempre di più. È un caso che da qualche anno sempre più persone esprimono il loro dissenso? Abbiamo un territorio molto piccolo e ad alta densità abitativa: abbiamo ancora bisogno di case? Quante case vuote ci sono a San Benedetto? So che ne sono molte.
Che fine farà la zona che va da Brancadoro fino a tutto il quartiere Ragnola (ultimo spazio vuoto)?
Non è ora di fermare ed invertire la tendenza ad urbanizzare la costa?
Non possiamo basarci sulla Bucalossi ed oneri di urbanizzazione: quando avremo cementato ed asfaltato tutto cosa ci inventeremo? Tireremo su il secondo piano della città? I nostri figli non hanno più spazio per giocare.

4) Distruzione dell’ambiente: questa è una variabile trascurata da quasi tutti. Il problema più grande, forse, è proprio quello ambientale, le cui conseguenze ancora fatichiamo a percepire. Noi qui vicino abbiamo il fiume Tronto: quanti di voi lo hanno visto per quello che era realmente? Come me, sono in tanti ad averlo sempre visto in questo stato (e non si può certo definire una bellezza della natura!). È stato un bene? È stato giusto? Si è chiesto il nostro parere? Non c’era altro modo di agire? Il nostro mare come sta? Lo stiamo depredando oppure no? Abbiamo reso invivibile proprio ciò che ci da vita: la terra e la relazione umana. Tutto per arroganza ed egoismo e con la scusa di creare lavoro.
Sfatiamo un mito! Il lavoro non si crea e gli imprenditori danno lavoro. Nessuno ha mai messo in piedi un’azienda perché ha visto dei disoccupati, per il bene della società: nessuno!
Ogni imprenditore assume per raggiungere i suoi scopi. Azzardo: e se i dipendenti li chiamassimo colleghi?
Il discorso è più ampio e non intendo bandire o demonizzare gli imprenditori, per carità, non ce l’ho con loro, ma è necessario dire la verità: non dipendiamo da loro. Loro affermano di agire sempre per il nostro bene, per lo sviluppo, per il progresso, per il meglio.
L’effetto è la concentrazione del potere economico in sempre meno mani, provocando le sparizioni di numerose attività, aumento dei disoccupati ed aumento di quelle particolari forme occupazionali che non potranno mai garantire un futuro.
Il nostro territorio si è vocato ai centri commerciali: quali conseguenze hanno prodotto?
Chiusura di numerosi negozi, con aumento della disoccupazione (molti dei restanti che sono rimasti hanno ridotto il personale ed aumentato il carico lavorativo nel tentativo di fronteggiare lo strapotere degli Iper), incremento del traffico veicolare per effettuare la spesa; aumento dell’inquinamento; perdita di territorio; perdita del tempo libero.

Allo stato attuale i giovani faticano ad iniziare un’attività perché si trovano di fronte dei giganti e a nulla valgono le belle parole sulla capacità di sognare, di lottare, dell’intelligenza …. (a meno che non abbiano ingenti capitali alle spalle)
Queste grandi aziende (non parlo solo degli ipermercati) fanno tabula rasa.

Un rischio che potremmo subire, riguardo alla chiusura di numerose fabbriche nel nostro territorio potrebbe essere quello dell’infiltrazione mafiosa, della criminalità organizzata: alcuni osservatori sulla legalità hanno riscontrato numerose rilevazioni di società in crisi (anche di negozi, pizzerie …) da parte delle mafie perché ricche di denaro contante da “ripulire” (da un sito lessi che nelle Marche il settore dell’agroalimentare desta preoccupazioni da questo punto di vista). Tutto questo è frutto dell’egoismo su cui si fonda il nostro sistema. È ora di cambiare rotta. È ora di cambiare stile di vita! Rapidamente!
Ogni scelta, ogni tentativo di rimediare, di aggiustare, fatto all’interno dell’attuale paradigma temo risulterà vano se non addirittura dannoso.

È anche ora di finirla con la “strategia” dell’emergenza, adatta solo a preparare il peggio: affrontare l’emergenza è naturale, ma al contempo vanno poste le basi affinché cambino i presupposti che hanno provocato il disastro; dobbiamo eliminare le cause, non affidarci ad eventuali salvatori della patria.
Noi abbiamo un’enorme responsabilità.
Questo sistema, in definitiva, non si può aggiustare perché è viziato alla radice.
È ora di capire che questa economia sta implodendo e che molti lo avevano previsto non perché maghi, bensì perché attenti osservatori che non si sono lasciati attrarre dalle facili lusinghe..
Dobbiamo recidere il cordone che ci tiene legati a questo utero.
Non occorre nemmeno esplorare perché i percorsi sono stati già tracciati: dobbiamo solo seguire le orme di coloro che li hanno avviati.

Stanno crescendo in tutta Italia movimenti ed attività economiche innovative e anche tecnologicamente avanzate, delle forme di economie locali che stanno rivitalizzando il territorio sia dal punto di vista della ricchezza, sia della qualità ambientale; si sente parlare anche di Distretti di Economia Solidale.

Queste novità si stanno sviluppando in quasi tutti i settori economici: turismo, nuove forme creditizie, viabilità, commercio, artigianato, edilizia, ma anche in qualità di vita.

In alcune parti si stanno sperimentando con successo anche forme di moneta locale.

È un’economia che esiste già e sta crescendo e sempre più persone si rendono conto della sua bontà.
Noi dobbiamo e possiamo rivitalizzare la nostra economia:

– incentiviamo quelle forme di “filiera corta” che stanno producendo reale ricchezza e benessere diffusi ed in cui i termini “produttore” e “consumatore” cominciano ad essere abbandonati, perché tutti i soggetti si incontrano e decidono cosa occorre produrre, quanto, come produrlo, dove …, ma anche perché.

Un’economia in cui si valorizzino gli imprenditori locali, i piccoli esercenti e tutte quelle attività (anche turistiche) che svolgeranno un effettivo servizio a beneficio di tutta la comunità e che non perseguano la logica del profitto.

Basta anche con la mania del gigantismo (antisociale e antieconomico).

– Occorre un’edilizia che punti alla ristrutturazione dell’esistente in vista di un deciso miglioramento dell’efficienza energetica delle costruzioni, non a nuove costruzioni.

– È urgente anche diminuire la produzione dei rifiuti, incentivando decisamente i prodotti sfusi o con il minimo imballaggio necessario, ed avviare processi di raccolta differenziata spinta porta a porta: l’obiettivo rifiuti zero sta portando buoni risultati, inoltre, è una necessità!

– Basta con questo tipo di viabilità: non si respira più! Stiamo distruggendo il territorio e la nostra salute a causa dell’inquinamento, per far cosa poi? Chiedo ai medici di esprimersi chiaramente e ad alta voce su quante sono le malattie causate dall’inquinamento.
Esiste la cosiddetta “viabilità dolce” sperimentata da molte persone.
Rendiamo ciclabile tutta la nostra città.
Il dominio dell’automobile sta diventando insopportabile.
Rendiamo la nostra città a misura di bambino: una città non a misura di bambino non è a misura d’uomo.

– Vorrei proporre anche una particolare attenzione all’acqua, affinché ci si ricordi che è un bene pubblico e non strumento per trarne profitto: l’acqua è un diritto, non un bisogno

– Il mare: occorrono attività che lo rispettino e lo preservino per il futuro; anch’esso non può essere strumento per trarne profitto.

– Turismo: in una città in cui si vive bene, il turista ci verrà volentieri.

Un’economia al servizio dell’uomo e non il contrario! In definitiva.

Si richiede a questa amministrazione (maggioranza e minoranza) di seguire questi percorsi e di facilitarli, facendosi aiutare da chi li ha già avviati.

Un’amministrazione che si prefigga questi obiettivi dovrà avere alla base della sua operatività un frequente ascolto della cittadinanza; questo richiede un notevole lavoro e quantità di tempo, ma sarà anche libera da eventuali ricatti e necessità di mettersi in mostra.
È opinione di molti che di fronte a questa crisi abbiamo solo due opzioni:
1. Aspettare che tutto ci crolli addosso.

2. Governarla: dirigendosi verso quelle forme di economia che si stanno sviluppando.

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