dal settimanale Riviera Oggi numero 759
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nicola Laezza ha 39 anni. Affetto da tetraparesi spastica dalla nascita, è laureato in filosofia ma ha fatto anche un corso di tecnico della multimedialità e quindi lavora in casa occupandosi della pubblicità telematica di un’azienda di pneumatici. Ha scritto un libro che è in uscita, “Andare oltre l’assistenza”, e cerca di condurre una vita il più normale possibile, anche se ci spiega che a San Benedetto è molto difficile.
Cosa si intende per vita indipendente?
«Non significa che noi disabili non abbiamo bisogno di nessuno. Vita indipendente significa che vorremmo avere la stessa possibilità di controllo e di scelte nella vita quotidiana che i nostri fratelli e sorelle, vicini di casa e amici considerano come garantite. Vorremmo crescere nelle nostre famiglie, frequentare la scuola vicina a casa nostra, usare lo stesso autobus, svolgere lavori secondo la nostra istruzione e le nostre capacità. Abbiamo bisogno di essere responsabili delle nostre vite, e, proprio come chiunque altro, di pensare e di parlare per noi stessi».
Perché non ti è possibile condurre questa vita indipendente a San Benedetto?
«Innanzitutto voglio dire che io sono di Napoli e ci ho vissuto fino a poco prima della laurea, poi mi sono trasferito a Roma dove sono stato 12 anni. Mi dispiace dirlo ma San Benedetto si trova allo stesso livello di Napoli per quanto riguarda le barriere architettoniche. A volte qui si guarda con snobbismo al profondo sud, ma la situazione è la stessa. Roma è molto accessibile e da quando mi sono trasferito qui trovo moltissime difficoltà in più. Se la legge dice che in corrispondenza delle strisce pedonali deve esserci uno scivolo sul marciapiede non capisco perché questo scivolo non ci sia quasi mai. Non parliamo poi della pedana sugli autobus. Io qui non posso circolare da solo».
Nicola ha infatti un’assistenza fissa ed è finanziata dal Comune di Roma.
«Io ho ancora la residenza a Roma e il motivo è semplice: la regione Lazio dà i soldi per l’assistenza direttamente al disabile piuttosto che alla cooperativa di assistenza domiciliare come invece avviene nel resto d’Italia. C’è una legge nazionale (L 162/98) che lo permette, ma ha un limite molto grande: lascia la scelta agli enti locali. Io e gli altri che fanno parte del movimento per la vita indipendente ci battiamo anche per avere una legge nazionale in merito che funzioni davvero».
A che punto siete con la vostra battaglia?
«Purtroppo è difficile e non c’è interesse. I centri di riabilitazione prendono dallo Stato circa trecento euro al giorno per ogni disabile ricoverato. È ovvio che non hanno interesse a renderci indipendenti. Io con il denaro dell’assistenza riesco a pagare una persona fissa con un regolare contratto e gli verso i contributi. In più ho fatto un contratto ad un altro assistente per garantire i riposi e le ferie all’assistente fisso».
Tornando alla nostra città, per quale motivo siamo ancora tanto indietro secondo lei?
«Mah… È una questione di mentalità, di chiudere un occhio per delle leggi che sono solo per pochi, di scarsa attenzione all’altro. Faccio un esempio: per aprire un’attività privata se non è tutto secondo le norme e se il locale non è del tutto accessibile non avrai mai i permessi, per quanto riguarda il settore pubblico però il Comune chiude un occhio molto facilmente. A Roma accade il contrario. Per i privati spesso si è più elastici, ma tutto ciò che dipende dal Comune è veramente accessibile: autobus, metro, marciapiedi…».
Può darci qualche anticipazione sul suo libro in uscita?
«Nel mio libro spiego cos’è veramente una politica assistenziale e come va fatta. L’uomo deve poter vivere e non sopravvivere, quindi occorre liberare i disabili dagli istituti assistenziali. C’è l’ipocrisia di offrire al disabile la migliore assistenza possibile per liberare la società da alcuni soggetti che possono turbare la tranquillità della cosiddetta categoria dei “normali”. Una vera politica assistenziale invece dovrebbe essere quell’intervento che mira a combattere le diverse forme di povertà esistenti nella società mirando al raggiungimento della maggiore autonomia possibile di tali soggetti. Altrimenti si sopravvive soltanto, si aspetta cioè inermi l’ora della propria morte».

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