SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Dicono che la coscienza di un popolo si sviluppi e maturi nel tempo grazie anche a gesta, comportamenti e risultati nei diversi campi del vivere e pensare sociale acquisiti da alcuni componenti che, in tal modo, contribuiscono alla formazione della stessa.

Fabrizio De Andrè è senz’altro uno di questi. I suoi testi, ancor prima delle melodie, sono diventati materia di studio in Italia ed all’estero come in Francia ed in molte università americane. Paragonato a Bob Dylan anche se da molti ritenuto superiore allo stesso per la poesia e profondità dei messaggi.

La mostra a lui dedicata al Palazzo Ducale di Genova, inaugurata il 31 dicembre 2008, ha già raggiunto le diecimila presenze. In tutto il paese si moltiplicano le celebrazioni in vista del decennale della sua scomparsa prematura avvenuta l’11 gennaio del 1999.

All’estero il regista tedesco Wim Wenders sta programmando un concerto per ricordarne la memoria al quale avrebbero già promesso la loro partecipazione artisti del calibro di Bob Dylan, Leonard Cohen, Tom Waits, Patti Smith, Bono, Eric Clapton e persino alcuni Premi Nobel della Letteratura. Vogliamo apportare il nostro contributo semplicemente pubblicando a puntate alcuni testi delle sue canzoni, non necessariamente le più conosciute. Ad ognuno la libertà di trovarci i significati nei quali riconoscere il proprio pensiero.

Visto le tragiche vicende che proprio in questi giorni stanno insanguinando due popoli vittime, ancora una volta, della follia della guerra per sanare controversie e ideologie abbiamo pensato di pubblicare “La guerra di Piero” come primo testamento del nostro “Faber”. La vicenda si riferisce ad un fante che partecipa alla I° Guerra Mondiale ma è, difatti, un inno contro la stupidità di qualsiasi ricorso alle armi.

«Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi

lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era d’inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a passar la frontiera
in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli spari in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi il fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.»

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