SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Uno sguardo alla musica qui e altrove non poteva non coinvolgere Franco Cameli, un sambenedettese poliedrico: giornalista per Il Messaggero, critico musicale, fondatore e direttore artistico di Sotterranea Rock e apprendista poeta, a breve l’uscita del suo primo libro di poesie “Altre visioni”.

Franco innanzitutto complimenti per Sotterranea e per la tua attività instancabile nell’universo musica. Come sta andando questo festival negli ultimi anni?

«Molto bene a dire la verità, ogni anno le iscrizioni crescono di numero e provengono da tutta Italia, inoltre il cd compilation introdotto dalla scorsa edizione è piaciuto molto».

Dopo The Niro e Leitmotiv, esiste il fenomeno Centro–Sud anche per Sotterranea?

«Nell’ultimo anno le iscrizioni erano suddivise in maniera equa tra Nord e Sud, stessa cosa per le semifinali, in finale è successa una cosa che non avveniva da tempo. Sono stati otto i gruppi del centro sud a sfidarsi in finale e ha vinto un gruppo di Roma. Il premio per il testo con valore letterario poi è andato ad una band di Matera. Il fenomeno esiste, ma fa parte dei corsi e ricorsi storici, in Italia questa alternanza c’è già stata parecchie volte».

Forse non ci sono più barriere geografiche grazie anche ad Internet…

«E’ vero, con Internet si è rotto qualsiasi schema, ma temo una regolamentazione rigida sulla musica, le case discografiche stanno chiudendo e si studiano soluzioni tampone. Credo che di tutta questa storia salverei solo il diritto d’autore, che è l’unica cosa a dover essere tutelata».

Come si fa “crescere” la musica nelle produzioni indipendenti, o addirittura autoproduzioni? Esiste un decalogo?

«Innanzitutto chi di dovere dovrebbe tutelare l’artista o la band, circuitarlo, il che vuol dire non buttarlo nella mischia e abbandonarlo, oppure spremerlo come un limone e poi buttarlo. Altra cosa molto importante è lasciare lo spazio creativo al musicista. Che si muova autonomamente, magari accompagnato nella crescita professionale, ma mai obbligato a rimanere dentro paletti».

Ho notato che la musica italiana non cura più i testi, perlomeno non osa. Troppa concettualità e poco vissuto…

«Da quanto ho potuto osservare a volte si scrive di cose poco personali, a volte troppo. L’artista oggi sta perdendo comunicatività. La grandezza sta nel rendere la creatività tangibile, se non si riesce a “fruire” un testo magari è perchè non mi tocca, non arriva al pubblico, si autocelebra. Una ricetta per risollevarsi da questa situazione prevede l’ispirazione, la creatività, l’originalità e soprattutto la comunicatività».

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