SAN BENEDETTO DEL TRONTO- Erano tutti morti. L’Adriatico, di solito così generoso nel riempire le reti di questi intrepidi “lupi del mare”, aveva preteso un’altissima parcella in vite umane. Il Rodi, gemello dei pescherecci oceanici Onda e Luna, era stato costruito per la pesca atlantica e nella sua lunga attività aveva sostenuto terribili tempeste, ben più devastanti di quelle adriatiche.

Tornava dall’ultima pesca dell’otto dicembre. Due giorni dopo era salpato di nuovo per Venezia dovendo eseguire delle riparazioni alla carena. Scioperi del personale di bacino ne avevano prolungato i lavori costringendo i marinai a fare la spola tra la loro città e quella lagunare. Fu a quel punto che la società decise di far rientrare il peschereccio e permettere all’equipaggio di trascorrere le feste natalizie con i propri cari.

Il Rodi parte alle ore 17,30 di martedì 17 dicembre 1970 dalla laguna. Alle 19 si mette in comunicazione con la stazione costiera di San Benedetto. Sarà il suo ultimo comunicato, e dice: “Mare grosso, forte vento di bora, procediamo lungo la costa”. Alle prime luci dell’alba di mercoledì 23 dicembre quella nave, vanto della nostra flottiglia peschereccia, che ha solcato i mari del mondo, si rovescia mentre sta incrociando al largo della sua città nell’attesa di poter rientrare in porto.

Alle ore 9.30 la nave cisterna “Mariangela Montanari” avvista a circa tre miglia dalla foce del Tronto il relitto e comunica: ”Scafo capovolto, affiorante tre metri sul livello del mare, lunghezza della nave circa 50 metri”. L’Ammiragliato d’Ancona ritrasmette l’S.O.S. Dal porto della Riviera e da quello di Giulianova partono i primi pescherecci d’alto mare: il “Conte Bianco ed il “Nuovo San Vincenzo”. Alle ore 15,15 il “Conte Bianco” avvista barilotti, bombole e materiale di bordo poi, la carena del Rodi.

Le condizioni del mare si fanno proibitive ma questo non ferma le ricerche. Ore 16, è avvistato il primo cadavere alla deriva. Dopo non poche difficoltà viene issato a bordo. Sulla casacca il nome “Rodi Messina”. A prima vista sembra che le spoglie appartengano al direttore di macchine Domenico Miarelli. Per tutta la notte continuano le ricerche disperate mentre le correnti trasportano lo scafo fino a tre miglia da Roseto dove s’insabbia in un fondale a 14 metri.

Nelle giornate di giovedì 24 e venerdì 25 dicembre si formula l’ipotesi che parte dell’equipaggio può essersi rifugiato nell’intero chiudendo i boccaporti. Tutti sanno che è un’eventualità quasi nulla ma ci si aggrappa lo stesso alla speranza. Alcuni sommozzatori della Marina giunti da La Spezia e da Ancona si calano intorno al relitto ma non riescono ad entrarvi. Si batte con insistenza e disperazione sulle lamiere nella speranza di ottenere qualche risposta purtroppo senza esito.

La città si raccoglie nel cordoglio. Nel porto le bandiere sono a mezz’asta, sono spente le luminarie di Natale e le vetrine dei negozi. Il molo è gremito di marinai con le loro famiglie e c’è chi sta facendo una veglia di due giorni “Affinché quei ragazzi, se sono ancora vivi, non si sentano soli”.

Sabato 26 dicembre: nei bar, nei circoli, nelle chiese, sulle piazze ci s’incomincia a chiedere cosa imprigiona lo scafo. Inizia la protesta. San Benedetto ha perso dei figli cari e vuol sapere perché. Si contesta l’efficienza dei mezzi e si pretende l’immediato intervento di pontoni con potenti gru e rimorchiatori. Si rispediscono al mittente i telegrammi di solidarietà gridando alla nazione che il popolo di questa città non resterà con le mani in mano: “Fino a che le spose, i figli, i genitori non potranno piangere sulle spoglie dei propri cari” (Filippo Miritello sul settimanale La Vedetta, anno 1970).

Un gruppo parte alla volta di Pescara. Domenica 27 dicembre ore 14, riunione dei marinai alla Rotonda. Al grido di “Vogliamo i nostri morti” iniziano a sfilare per la città esigendo la chiusura di cinema, bar e ristoranti. Alle ore 15 giungono alla stazione e con tronchi gettati sui binari bloccano il traffico ferroviario. Lunedì 28 dicembre la città si sveglia come bloccata: chiusi i negozi, le banche e gli uffici pubblici. Al porto lo sciopero è totale. Picchetti e barricate lungo il molo e agli attracchi.

Alle ore 10,30 finalmente la Capitaneria comunica che da Ancona è partito il rimorchiatore d’alto mare “Cesare Davanzali” diretto ad Ortona. Ore 16,20, appena passa al largo del porto, si rimuovono le barricate delle strade. Alle 22 è sgombrata la stazione ferroviaria. Alle 4 del mattino di venerdì 1 gennaio 1971 viene estratta la prima salma alla quale ne seguiranno solo altre tre.

Alle ore 11 di sabato 2 gennaio con i solenni funerali officiati da Mons. Radicioni presso la Chiesa dei Padri Sacramentini l’intera città piangerà i quattro figli presenti nelle bare di legno e quelli rimasti in braccio all’Adriatico.Si calcola che almeno diecimila persone parteciparono ai funerali.

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