SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tredici rapine effettuate in tutta la regione Marche, da San Benedetto e Grottammare fino ad Ancona, Pesaro e Senigallia, delle quali otto nel Piceno, per un ammontare complessivo di 300 mila euro. In alcune occasioni anche due nello stesso giorno come quelle perpetrate ai danni di due istituti bancari di Porto d’Ascoli e Porto San Giorgio il 22 marzo del 2007.

Dietro mandato del Gip di Ascoli Annalisa Gianfelice su richiesta del P.M. Ettore Picardi gli uomini del Commissariato di San Benedetto diretto da Marco Fischetto all’alba di ieri mercoledì hanno tratto in arresto tre pregiudicati abruzzesi con l’imputazione di “concorso in rapina a mano armata”.

Si tratta di Paolo Pennacchione, classe 1974, originario di Chieti, prelevato nella sua abitazione di Alba Adriatica e portato presso il carcere di Ascoli Piceno. Simone Andrea, pescarese anche lui del 1974 residente a Montenero di Bisaccia, tradotto nella casa circondariale di Campobasso e Antonio Nicolai, del 1954, pescarese, impiegato delle poste, rinchiuso nelle carceri del capoluogo abruzzese.

La svolta alle indagini è iniziata dall’analisi meticolosa di filmati reperiti presso le telecamere situate all’ingresso ed all’interno degli istituti presi di mira dalla banda. Specie di quelle appartenenti alla banca di Grottammare rapinata alla vigilia di Natale del 24 dicembre 2007. In uno di questi si vede il Pennacchione intento a coprirsi prima dell’esecuzione del colpo.

Da un confronto dei dati e dai riscontri di dossier appartenenti a pregiudicati si è riuscito a risalire alle identità dei tre malviventi. Da qui partiva l’operazione “Dirty Money II“ con tutta una serie di appostamenti, intercettazioni ambientali, filmati, e persino trasferte per seguire i tre nelle loro peregrinazioni private. La banda era di quelle ad alto tasso di professionalità delinquenziale nella quale ognuno aveva un compito ben preciso.

Il Pennacchione era l’esecutore materiale dei colpi, effettuati con il camuffamento di una sciarpa e l’uso di una pistola falsa. Simone Andrea aveva invece il compito del trasporto e la pianificazione del tragitto di fuga. Infine a Nicolai, in funzione del suo lavoro presso un ufficio delle poste, spettava il riciclaggio delle banconote trafugate. Queste ultime, sempre dal Nicolai, venivano precedentemente “lavate” nel senso letterale del termine per togliere l’inchiostro indelebile scoppiato da capsule che gli impiegati delle banche erano riusciti a nascondere insieme alle somme trafugate.

Tanto che, in diverse registrazioni ambientali, i tre si riferivano ad esse come: «Banconote colpite dal morbillo». Gli automezzi usati erano, a turno, le automobili degli stessi. La base logistica ubicata nei pressi di una ricevitoria per scommesse ippiche a Pescara di proprietà del Pennacchione. Della somma iniziale la Polizia è riuscita a recuperare 59 mila euro più altre banconote estere immerse in una giara di vetro nascosta sotto terra in vicinanza di una pianta situata nel casolare di Antonio Pennacchione, padre di Paolo.

Il resto dei proventi illeciti è stato esclusivamente usato in scommesse sui cavalli e frequentazioni attive in case da gioco, moventi di tutte le rapine. Basti pensare che al casinò di Venezia il Pennacchione era stato visto, da uno degli agenti in borghese che lo seguiva, aggirarsi per la sala con una fiche da 20 mila euro.

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