SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Si complica, a questo punto, la situazione della Giunta Gaspari di fronte al “pasticciaccio brutto” del Ballarin. Perché, se fino a ieri sembrava possibile “corresponsabilizzare” anche la Fondazione Carisap nella mancata definizione della “Cosa” (ovvero: la funzione della struttura che l’architetto Bernard Tschumi avrebbe dovuto realizzare dove si trovava un tempo la “Fossa dei Leoni” del tifo della Samb), le parole del presidente Vincenzo Marini Marini e soprattutto i documenti di cui siamo entrati in possesso (e pubblichiamo in formato Pdf, scaricabili dal presente articolo, cliccando sulla destra) testimoniano invece una chiara verità: la Fondazione attendeva con rispetto che il Comune di San Benedetto definisse l’opera più congrua per le esigenze cittadine.

Cosa che non è avvenuta – ma che, viste le premesse e nonostante, tra le altre, le nostre sollecitazioni, forse non sarebbe avvenuta neppure nel modo più opportuno, in quanto qualsiasi ipotesi circolata (Palacongressi, Museo della Civiltà Marina, eccetera eccetera), non aveva alle spalle nessuno studio di carattere economico-urbanistico che, in condizioni normali, era doveroso di fronte ad un investimento di 10 milioni di euro. Come dire, volgarmente: si sarebbe tirato a casaccio, sperando di azzeccarci.

Scriveva, invece, la Fondazione, in una lettera indirizzata al sindaco Gaspari lo scorso 28 aprile (punto 2): “Il presupposto istituzionale della realizzazione architettonica è la decisione, da parte della Fondazione, di lasciare al Comune di San Benedetto la scelta della tipologia di opera da realizzare, consentendo così il totale rispetto del ruolo del Comune quale soggetto decisore dello sviluppo urbanistico della città“.

Nella stessa lettera, veniva ufficialmente fatto il nome di Bernard Tschumi e si scriveva che l’importo dei lavori sarebbe stato di 10 milioni di euro; si affermava che si sarebbero coinvolti i passati presidenti dell’Ordine degli Architetti, e si scriveva che la proprietà dell’opera “sarebbe stata la Fondazione, che ne garantisce l’utilizzo a favore della comunità di riferimento e l’uso pubblico“. Dunque, ha storto il naso qualcuno, si “regala” un’opera ad un soggetto privato che lo gestisce come vuole, introiti compresi? Assolutamente no, secondo Marini Marini: «Faccio solo due esempi: la Tac dell’Ospedale di San Benedetto e la sede dell’Università di Economia. Qual è qui, il ricavo della Fondazione? Non c’è! Noi assolviamo al nostro ruolo, da Statuto, di favorire la crescita economica e culturale del territorio».

Nella lettera del 29 luglio invece Marini Marini chiedeva un impegno formale da parte del Comune di San Benedetto da prendere entro il 30 settembre 2008, poi prorogato al 30 ottobre (anche perché la donazione modale, precedentemente pensata per l’area Ballarin, si sarebbe verificata come non adottabile, prolungando ancor di più i tempi burocratici e politici).

Marini Marini inoltre faceva riferimento anche alla data del 31 gennaio 2009 come termine ultimo per la stipula dell’atto della donazione medesima. Ormai, c’è da parlarne al passato.

Ma perché queste richieste della Fondazione non sono venute alla luce, chiaramente, in precedenza (è pur vero che Marini Marini lo aveva dichiarato alla stampa, ma forse senza quella forza tale, e ci riferiamo al “Cosa” realizzare su indicazione del Comune, che avrebbe costretto Gaspari & c. ad una netta presa di posizione e ad una accelerazione dei tempi decisori. Favorevoli, o contrari, che fossero)? Probabilmente per un eccesso di prudenza, o fiducia, o di rispetto per la funzione del Consiglio comunale. Un eccesso che alla fine è diventato un boomerang. Così a Marini Marini non resta che dire: «Sono sconsolato, l’operazione era altamente innovativa e non è stata capita dalla classe politica sambenedettese».

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 827 volte, 1 oggi)