SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Nel bene e nel male, gli otto anni di George W. Bush alla Casa Bianca hanno lasciato il segno. Iniziati poco dopo la prima contestazione “globale” (al Wto di Seattle del 1999), proseguiti con uno spoglio delle schede folle per decidere chi fosse l’eletto tra Bush e Al Gore (2000), incappati nell’epocale attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, da allora in poi il mondo è sembrato divergere tra la massima libertà espressiva e di comunicazione garantita soprattutto dalla rete, e invece un sempre più centralizzato controllo dei cittadini. Ecco spiegate le guerre in Afghanistan contro i Talebani, subito dopo le Torri Gemelle (ma dopo sette anni Bin Laden è sempre libero), e il ritorno in Iraq per far cadere il regime dittatoriale di Saddam Hussein, accusato (mentendo) di possedere armi di distruzione di massa.

L’epilogo della presidenza Bush si ha durante la crisi finanziaria che stiamo vivendo in questi giorni, descritta come la più grave dal 1929, e forse ancor di più. Una crisi che ha dovuto ricondurre l’iperliberismo (a parole) americano a massicci interventi pubblici per salvare le banche.

Oggi l’America sceglie il sostituto di Bush. Domani il mondo intero si risveglierà con un nuovo presidente in pectore: o il repubblicano John McCain, che in qualche modo si pone in continuità con Bush (anche se il calo di popolarità del presidente uscente lo ha costretto a riposizionarsi) e il grande favorito, Barack Obama, più giovane e soprattutto afro-americano (suo padre nacque in Kenya), che rappresenterebbe un grande elemento di discontinuità e di novità, non solo per gli Stati Uniti ma per il mondo intero, Europa compresa.

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